Feg Sa85M calibro 7,62×39: un vero tritatutto

Fu il primo "vero" Kalashnikov disponibile in Italia, camerato nella munizione originale. Sorprendente per affidabilità e prestazioni balistiche

Testo di Flavio Gandini – Foto di Renzo Molteni

L’Ungheria è un Paese dell’Europa orientale che, fino alla fine degli anni Novanta, era quasi assente con propri prodotti dalle armerie italiane, nonostante la produzione di armi di impronta sovietica fosse piuttosto attiva.
L’iniziativa dell’importatore romano, Giovanni Bracci, giunse quindi molto gradita soprattutto perché si spinse fino a far catalogare quell’importante pezzo di storia contemporanea che è il Kalashnikov. E non solo, perché la catalogazione fu fatta nel calibro originale: il 7,62×39 Soviet che, come vedremo più avanti, è stato capace di riservare numerose piacevoli sorprese a livello balistico.
Al contrario di alcune altre armi prodotte nei Paesi satelliti dell ex Unione sovietica, quelle magiare presentano un buon livello qualitativo e, nonostante ciò, vengono vendute a un prezzo concorrenziale.
Esaminando il Feg Sa 85 M, si può riscontrare, infatti, l’ottima fattura delle parti meccaniche che riesce a valorizzare al massimo un progetto di base che può essere definito geniale nella sua semplicità.
Anche la brunitura è eseguita con cura e dà l’impressione di riuscire a resistere lungamente alle intemperie e agli strapazzi. Le lavorazioni delle parti meccaniche sono esenti da quelle vistose imperfezioni che spesso capita di rilevare sulle armi prodotte in grande serie per il mercato militare.

Il noce è un’essenza molto pregiata che, in realtà, sarebbe sprecata per un fucile d’assalto destinato ad armare la truppa. È, quindi, logico che la scelta sia caduta sul frassino che, però, dimostra di possedere una gran bella qualità: quella di creare un piacevolissimo contrasto cromatico con la brunitura intensa che riveste le parti meccaniche in vista.
Quattro sono gli elementi in legno che caratterizzano il fucile in esame: il calcio, l’impugnatura, l’astina e il copricanna.
Il calcio è corto, diritto e con gli spigoli accuratamente smussati, termina con un sottile calciolo in plastica nera che non svolge la funzione di assorbire parte del rinculo, ma soltanto quelle di proteggere il legno quando il Feg viene appoggiato a terra e di incrementare la presa sulla spalla di chi lo imbraccia. Abbiamo detto corto, ma, in effetti è più apparenza che sostanza: la posizione di tiro è abbastanza confortevole anche in appoggio e la mancanza di un appoggiaguancia non rappresenta un ostacolo quando si cercano i due riferimenti per il tiro mirato.
L’impugnatura si protende verso il basso, snella e lineare, con un’inclinazione che richiama quella delle pistole più moderne, cioè un po’ più accentuata di quella della Colt 1911. La mano destra raggiunge agevolmente il suo punto d’ancoraggio e riesce ad afferrarlo saldamente sia in imbracciata sia in appoggio.
L’astina misura poco meno di venti centimetri di lunghezza, è sostanziosa nella sua parte posteriore per stringersi rapidamente più avanti, mentre il copricanna permette di impugnare il fucile con la mano debole quando lo si utilizza dal fianco.
L’isolamento termico dalle parti meccaniche soggette al riscaldamento è efficace e non abbiamo notato alcun sintomo di vibrazione o allentamento del fissaggio delle parti in legno. L’accoppiamento è ben realizzato e la superficie si presenta curata e levigata alla perfezione. La scarsità di venature nel legno scelto abbassa leggermente il tono del complesso, ma la scelta è da considerarsi comunque valida.

La chiusura è basata su un otturatore rotante che viene bloccato dai gas prelevati dalla canna e convogliati attraverso il tubo che corre sopra la canna stessa. La rotazione dell’otturatore non avviene lungo tutta la corsa lineare, ma termina nel momento in cui la faccia anteriore incontra la nuova cartuccia da camerare per riprendere, poi, a fine corsa in modo da assicurare la stabilità della chiusura.
La molla dell’otturatore è posteriore e risulta vincolata al guidamolla costituito dal coperchio del fusto.
A causa dell’elasticità della lamiera di copertura, in questa zona non è possibile collocare gli organi di mira, siano essi meccanici oppure ottici. Il funzionamento è dolce e particolarmente silenzioso dal punto di vista meccanico, a testimonianza della validità del progetto e del curato assemblaggio.
Ovviamente il condotto e tutte le parti destinate a far transitare il gas provocato dalla combustione devono rimanere sgombri dai depositi carboniosi che potrebbero ostacolare il flusso gassoso.
Sembra comunque che il Kalashnikov non sia uno di quei fucili che soffrono particolarmente la cattiva manutenzione né, tanto meno, gli sbalzi di temperatura di esercizio. Un altro particolare che esalta le doti di affidabilità è la capacità di completare il ciclo di riarmo alla perfezione con munizioni di energia contenuta.
Le ricariche da noi approntate, infatti, erano tutte molto “tranquille”, tanto da sviluppare, in alcuni casi, energie inferiori alla metà di quelle commerciali, ciò nonostante nessun sintomo di malfunzionamento è stato messo in evidenza. E neppure i bossoli storti, i proiettili troppo sporgenti oppure leggermente fuori asse sono riusciti a mettere in crisi il protagonista della prova, che ha meritato a tutti gli effetti il titolo di “tritatutto”.

La sicura può essere azionata anche con il cane disarmato e blocca completamente sia il disconnettore sia il grilletto. Il caricatore di serie, limitato in modo da contenere soltanto sei colpi, è quello corto. Ha una forma leggermente ricurva in avanti, ma non sviluppa lo stesso fascino del classico caricatore a banana, disponibile come accessorio presso lo stesso importatore dell’arma.
L’elevatore è metallico e la disposizione delle munizioni bifilare. Le cartucce entrano facilmente e altrettanto facilmente si lasciano prelevare dall’otturatore per finire in camera di scoppio. Il tutto senza la minima traccia di lubrificazione. Lo sgancio del caricatore avviene azionando l’apposito pulsante posto davanti al ponticello del grilletto. Il caricatore si estrae dalla propria sede facendolo ruotare leggermente in avanti.
La canna misura 415 mm di lunghezza ed è cromata internamente per migliorare lo scorrimento dei proiettili e la durata dell’anima. La foratura è più abbondante di quella dei calibri .300 statunitensi e più stretta di quella del .303 British, pertanto i proiettili più indicati sono quelli di .310” che si trovano nella granatura 123, la stessa prevista per le munizioni militari.
Abbiamo, comunque, provato a sparare alcuni colpi caricati con palle Barnes di 150 grs (trattate al bisolfuro di molibdeno) dal diametro di .308” e la traiettoria, per quanto meno tesa, ha portato i colpi a raggrupparsi quasi normalmente.

Il mirino è rappresentato da un paletto a sezione trapezoidale che si trova al vertice di un altissimo zoccolo di metallo dotato di un semi tunnel in grado di proteggere dagli urti il congegno anteriore di mira. La cospicua altezza del supporto è dovuta alla posizione ribassata della canna, ma la solidità dello zoccolo è tale da non far pensare a possibili danneggiamenti neppure come conseguenza degli urti più duri.
La tacca di mira è conformata a ritto e cursore. Presenta una scala graduata dell’alzo che va da zero a ottocento metri con posizioni guidate ogni cento metri. Nel corso della prova abbiamo verificato che, con le cartucce commerciali sovietiche, il tiro andava a bersaglio sulla distanza di 300 metri quando il riferimento indicava 200, mentre la corrispondenza veniva perfettamente ristabilita quando i proiettili da 123 grani uscivano dalla canna attorno ai 1.700 piedi al secondo.
Lo scatto è comandato da un grilletto fortemente arcuato che richiede una pressione contenuta. Meno favorevole la sensazione della corsa che è costituita da un primo tratto a vuoto, un inizio di ingaggio breve, ma non fluido e una partenza poco prevedibile.
Nonostante le caratteristiche non eccezionali, la posizione del grilletto e la conformazione dell’impugnatura riescono a far stabilire un discreto rapporto con l’arma e i colpi vanno a segno con facilità.

​Nell’approntare il test a fuoco ci siamo prefissi di caricare alcune cartucce in modo da verificare le potenzialità del calibro. Il problema è sorto quando, già con i dosaggi più bassi indicati dalle tabelle, la polvere occupava totalmente lo spazio interno dei bossoli, così la quantità immediatamente superiore risultava già compressa.
Il limite massimo fissato con le polveri Hodgdon H 322 (29,0 grs) e H 4895 (28,0 grs) si è dimostrato difficilmente raggiungibile se non con una compressione preliminare di parte della polvere per creare lo spazio per inserire il propellente restante. Da qui, senza volerlo, sono nate le prove di caricamento minimo e di verifica del ciclo di riarmo in condizioni precarie.
Come abbiamo detto, non si è verificata alcuna incertezza neppure con 28,5 grani di Hodgdon Bl(c)2 che sono risultati in grado di imprimere alla palla da 123 grani una velocità di soli 1.479,5 ft/sec (450,95 m/sec).
In considerazione della scarsa quantità di polvere contenuta, abbiamo pensato di aggirare l’ostacolo montando una palla pesante. Le prestazioni, nonostante il diametro di .308” invece di .310”, si sono dimostrate ottime anche in termini balistici e le sei rigature destrorse della canna sono riuscite a stabilizzare i proiettili Barnes da 150 grs con rivestimento antrifrizione.
Soltanto il rinculo, un po’ più accentuato del solito, è stato indice di un cambiamento sostanziale del peso del proiettile. A proposito di rinculo, la risposta lineare del fucile si scarica direttamente sulla spalla, ma l’energia assorbita dall’otturatore per completare la sua corsa retrograda è tale da ridurre decisamente la ripercussione sull’utilizzatore.
In una sola seduta di tiro abbiamo macinato una cinquantina di colpi senza risentirne minimamente e la canna si è mantenuta entro temperature accettabili. Decisamente buone anche le energie sviluppate dalla cartuccia sovietica che sfiora, alla bocca, i 200 kgm, rivelandosi sufficiente anche per la caccia a ungulati di medie dimensioni.
Infine le rosate: sembrava impossibile anche a noi entrare costantemente nella sagoma posta a 300 metri di distanza fidandosi unicamente delle mire metalliche, ma il Feg ha annullato ogni diffidenza. La concentrazione di cinque tiri successivi, senza preoccuparsi di mantenere un ritmo tale da far raffreddare la canna, è ottima e permette di potersi divertire in poligono o sul terreno di caccia, a dispetto della struttura essenziale e della canna piuttosto corta.

L'articolo completo è stato pubblicato su Armi e Tiro – aprile 2000

Costruttore: Fégarmy, Soroksári út Levélcím H-1440 Budapest Pf. 6, Ungheria, telefono 00.36.11.77.67.33, fax 00.36.12.80.66.69
Importatore: Giovanni Bracci, via E. Filiberto 66, 00185 Roma, tel. 06.77.20.24.62, fax 06.41.42.72.20, cell. 03.35.62.99.478, bferlach@tin.it
Modello: Sa 85M
Tipo: fucile semiautomatico
Calibro: 7,62×39
Funzionamento: a recupero di gas con serbatoio di alimentazione amovibile
Canna: lunghezza 415 mm, rigatura a 6 princìpi con andamento destrorso, con cromatura interna ad alto spessore
Percussione: cane interno
Capacità serbatoio: 6 colpi
Estrattore: a unghia, in testa all’otturatore
Espulsore: a puntone
Mire: metalliche con tacca regolabile in alzo da 0 a 800 metri
Scatto: in due tempi senza stecher
Calciatura: in legno
Peso: 3.050 grammi (senza caricatore)
Lunghezza: 895 mm
Materiali: meccanica e canna in acciaio al carbonio, calciatura legno di betulla
Finitura: meccanica e canna brunite
Numero del Catalogo nazionale: 11.461