15 novembre 2019

M5S: no alle armi ai vigili di Trieste!

Vengono uccisi alcuni poliziotti alla questura di Trieste? M5S chiede di disarmare la polizia locale! No, non è uno scherzo...

“Dopo il tragico fatto di cronaca accaduto a Trieste che ha portato all’uccisione dei due agenti di Polizia, Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, è nata spontanea nella cittadinanza una situazione emozionale fortissima”. Questo l’esordio della mozione con la quale i consiglieri M5S della quarta circoscrizione hanno chiesto alla giunta comunale di Trieste di cancellare il progetto dell’armamento della polizia locale, approvato alla fine del 2018, secondo quanto riportato dal sito TriestePrima. La richiesta è quella di ripiegare, invece, sul Taser, “in modo da ridurre il più possibile la possibilità di incidenti o atti che possano mettere in pericolo la vita umana con l’utilizzo di armi da fuoco”.

Tra le motivazioni addotte, c’è anche la statistica del Viminale che attesta una progressiva diminuzione degli omicidi in Italia, con particolare riferimento alla criminalità comune e di stampo mafioso.

La realtà

Al di là delle statistiche generali e generiche, una indagine della Uil risalente al 2015 sul personale della polizia locale in servizio in cinque importanti capoluoghi di regione (Roma, Milano, Napoli, Palermo, Torino) ha evidenziato una situazione a dir poco drammatica, con un operatore su due che risulta aver subito un’aggressione durante l’orario di servizio. È un dato di fatto che alla polizia locale sono devoluti, ormai da molti anni, compiti che vanno al di là (spesso, molto al di là) del mero controllo del traffico e sono tipici di forze dell’ordine vere e proprie: dal presidio del territorio nei quartieri a rischio, agli sgomberi dei campi rom, ai trattamenti sanitari obbligatori e così via. Appare di tutta evidenza che la soluzione di togliere (o nel caso di specie, non concedere) l’arma da fuoco appare la più banale ma anche la più pilatesca: una soluzione logica, ma anche tecnicamente corretta e rispettosa del lavoro e della vita di questi operatori dovrebbe infatti prevedere la possibilità di modulare la risposta in funzione della gravità della minaccia, quindi ritenere (per esempio) alternativi tra loro anziché complementari il Taser e la pistola è già di per sé un errore che denota un approccio come minimo superficiale al problema. È un po’ come se la politica avesse la pretesa di risolvere (o attutire) il problema degli incidenti stradali abolendo le automobili, anziché (come per fortuna si sta verificando) pensando alla patente a punti, al tutor nelle autostrade e agli autovelox sulle statali e provinciali, all’asfalto drenante e così via.

Allo stesso modo, la soluzione per l’incolumità degli operatori non può consistere (a meno che non si sia in una candid camera…) nel mandarli a svolgere una molteplicità di servizi essenziali e ad alto rischio disarmati, bensì prevedendo accanto all’arma da fuoco anche dotazioni moderne relativamente alle fondine (con livello di ritenzione 3, per esempio), ai cinturoni e al resto delle dotazioni di lavoro.

Sarebbe ora che la politica affrontasse la realtà quotidiana degli operatori preposti alla sicurezza della collettività dal punto di vista tecnico, anziché sterilmente (e semplicisticamente) ideologico.

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