Come molti sanno, il Kenya per moltissimi anni ha rappresentato una meta di eccellenza per i safari di caccia. Poi nel 1977 il governo cedette alle lusinghe animaliste, che suggerirono che avrebbe portato più business assumere la posizione di primo Stato africano ad aver chiuso ogni tipo di attività venatoria. Il successo mediatico fu enorme. Molto meno quello economico e, paradossalmente, faunistico, in quanto tutte le compagnie che fino ad allora avevano garantito controllo dei territori e sorveglianza e un business che per andare avanti doveva anche proteggere l’ecosistema, emigrarono in altri Paesi, lasciando così ogni forma di controllo e gestione di una fauna che, ancora fino a a oggi, viene sterminata da un bracconaggio di prossimità e da quello di tipo organizzato. In pochi decenni si è assistito al declino di quasi l”80% del totale della fauna presente nello Stato, complice il disinteresse delle classi governanti e il troppo facile guadagno dei traffici illegali. Le associazioni animaliste, Wwf in testa, decantarono molto il corrispondente guadagno che sarebbe venuto dai safari fotografici ma che alla fine, come si è dimostrato, sono una goccia nel mare a livello di introiti rispetto ai veri safari di caccia. Infatti il Kenya Wildlife Service ha dovuto affrontare seri problemi di budget per i programmi di conservazione. Notando oltretutto, le enormi cifre raccolte invece dall’attività venatoria degli Stati limitrofi al loro. Per cui il Kenya’s Tourism and Wildlife Cabinet Secretary, Alfred Mutua, ha realizzato che la migliore strada per proteggere la fauna è quella di fargli generare un valore economico. Nel novembre del 2025 ha proposto un piano in due parti, che coinvolgerebbe aree da privatizzare prese in parti di parchi nazionali per reintrodurre safari regolari in alcune di queste. Sotto questa proposta il Wildlife Asset Monetization Programme sta cercando investitori privati per sviluppare e creare location molto lussuose per favorire la caccia a specie naturalmente non in pericolo di estinzione. Alfred Mutua ha stimato che potrebbe ricavare da questo programma circa 400 milioni di dollari annualmente, che aiuterebbe anche lo sviluppo delle comunità locali con progetti di crescita. Se adottate, queste soluzioni sarebbero un vero capovolgimento della politica kenyana. La proposta sarà portata in parlamento per poterla approvare definitivamente e poter così dare una nuova e più produttiva svolta all’economia derivante dalla fauna. Non dimentichiamo che i safari fotografici e turistici hanno come gestori soltanto gruppi esteri. Con altrettanti capitali che escono dai suoi confini. E che un normale safari fotografico porta a persona circa dai 2.000 ai 3.000 dollari. Cifre ridicole in confronto a un solo safari di caccia, che porta mediamente 20 volte di più. E che coinvolgerebbe territori e popolazioni che vivono completamente aldi fuori delle aree turistiche, oggi completamente escluse dall’economia e condannate a una povertà assoluta.




