01 dicembre 2018

La prima carabina di Smith & Wesson

Si chiamava Model 1940 Light rifle, era in 9x19 mm e fu tanto iellata da costare quasi il fallimento all'azienda. Perché?

Smith & Wesson è un nome leggendario per qualsiasi appassionato d’armi: la sua fama imperitura è legata alla produzione di revolver per difesa personale, tiro sportivo e impieghi di polizia, ma sono ormai molti decenni che nel catalogo del colosso statunitense figurano pistole semiautomatiche e, più di recente, anche carabine semiautomatiche, ispirate all’archetipo Ar15.
Quello che forse non tutti gli appassionati sanno è che Smith & Wesson fece un primo tentativo di entrare nel settore delle armi lunghe a canna rigata (per impiego militare) molto tempo prima, più precisamente all’inizio della seconda guerra mondiale, con esiti però talmente disastrosi da rischiare il fallimento.

Il Model 1940 light rifle

Fu il governo britannico, ancor prima dello scoppio delle ostilità con la Germania, a richiedere alla Smith & Wesson una carabina semiautomatica leggera calibro 9 mm parabellum, per impiego militare. Per questo scopo, fu stanziato un anticipo di un milione di dollari, consegnato al ricevimento dei primi prototipi realizzati secondo un progetto realizzato da Edward Pomeroy e brevettato il 28 giugno 1939. L’arma funzionava solo in semiautomatico ma, malgrado ciò, utilizzava un sistema di sparo che iniziava il ciclo a otturatore aperto (come i comuni mitra dell’epoca). La struttura era grosso modo tubolare, con una canna solcata da 12 scanalature longitudinali di alleggerimento e dissipazione del calore, un calcio sintetico (Tenite) a pistola e un bocchettone del caricatore di proporzioni assolutamente inconsuete. Questo era dovuto al fatto che la parte anteriore di questo grosso manicotto doveva servire effettivamente a contenere il caricatore (della capacità di 20 cartucce), mentre la parte posteriore serviva da condotto di espulsione dei bossoli. L’espulsione, quindi, avveniva verso il basso.
I primi test operativi realizzati alla Royal small arms factory evidenziarono già da subito alcuni problemi abbastanza seri: in particolare si osservò che l’arma era concepita per il munizionamento commerciale che circolava negli Stati Uniti, meno potente rispetto alle cartucce militari britanniche. Di conseguenza, si verificavano fratture del telaio prima che fossero stati sparati mille colpi. Il governo britannico, quindi, richiese un irrobustimento della struttura, al fine di consentire una resistenza del telaio almeno di 5 mila colpi. La modifica fu eseguita applicando una struttura esterna al telaio, dando così vita al modello Mk II, laddove la versione originale fu denominata Mk I. Nonostante la modifica, l’arma fu ritenuta comunque non idonea dall’esercito inglese, probabilmente per più di un motivo: innanzi tutto, la particolare soluzione trovata per la finestra di espulsione (occultata e posta alle spalle del caricatore) rendeva molto difficile la risoluzione di un inceppamento, in rapporto a un’arma di tipo convenzionale; infine, per il calibro utilizzato e considerando la non eccelsa robustezza dimostrata, l’arma risultava comunque pesante (4 kg), poco maneggevole e costosa, essendo tutta lavorata dal pieno.
Di conseguenza, tutto il progetto fu abortito dopo che gli inglesi ebbero ricevuto poco più di mille esemplari, tra prototipi e armi di serie. Circa 750 esemplari erano del modello Mark I, circa 200 del modello Mark II. Nel 1942, per cercare in qualche modo di riutilizzarle, la Royal small arms factory sviluppò un calcio scheletrato sperimentale (foto sotto) allo scopo di alleggerire in certa misura l’arma, in vista di un possibile utilizzo da parte della Royal navy, ma la cosa non ebbe ulteriore seguito. Il destino di queste armi fu particolarmente triste: fatti salvi 5 esemplari, conservati nei musei, furono tutte tranciate a metà e inabissate nel canale della Manica dopo la guerra.

Una maledizione!

Il fallimento del progetto rischiò di portare al fallimento anche la Smith & Wesson, perché le autorità inglesi, una volta constatata l’impossibilità di cavar fuori qualcosa di decente dal light rifle, richiesero indietro l’anticipo. Solo che l’azienda lo aveva investito nell’acquisto di macchinari per la produzione dell’arma e non era in grado di restituire i soldi. La soluzione fu trovata proponendo alle autorità britanniche di continuare a fornire i revolver Victory calibro .38/200, su base Military & Police, a un prezzo ridotto. E così fu fatto.
Smith & Wesson tentò allora di proporre l’arma alle autorità statunitensi, producendo un ulteriore migliaio circa di esemplari, ma anche in quel caso dovette scontare il più assoluto insuccesso, perché le autorità militari americane non intendevano prendere in considerazione un’arma camerata per una cartuccia che non era regolamentare tra le forze armate a stelle e strisce. E questo, anche considerando la possibilità di realizzarne una variante a raffica. Ironia della sorte, dopo la guerra gli esemplari rimasti a magazzino risultarono invendibili anche sul mercato civile a causa del National firearms act (perché avevano canna troppo corta) e solo dopo il 1975, allorché fu accordata a questi esemplari la natura giuridica di “curio and relics” (curiosità e cimeli), l’azienda poté finalmente venderne alcune decine a collezionisti.

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