La Gpg estrae la pistola in metro: qualche riflessione

La Gpg è figura professionale ancora in attesa di comprendere la propria identità. O meglio, l'identità che il legislatore e i sempre nuovi bisogni di sicurezza intendono conferirle. Dall'evento avvenuto nella metropolitana di Milano, discendono una serie di necessarie valutazioni

Sono passati quasi vent’anni da quando, modificando l’articolo 138 del Tulps, si è conferito esplicitamente alla Gpg lo status giuridico di incaricato di pubblico servizio, superando interpretazioni che la giurisprudenza forniva, di caso in caso, a definizione di singoli procedimenti penali.

La corte di Cassazione, poi, ha precisato che all’atto della repressione di un reato può rivestire lo status di pubblico ufficiale.

La questione non è di poco conto, dato che le due figure, pubblico ufficiale e incaricato di pubblico servizio, sono tutelate da reati specifici che possono essere commessi in loro danno e, ancora di più, da alcune scriminanti, tra tutte l’articolo 53 del codice penale e dunque “l’Uso legittimo delle armi” e degli altri strumenti di coazione fisica.

L’aspetto più impattante, ovviamente, non è quello di valutazione a posteriori della legittimità dell’operato della guardia, ė invece, l’aspetto preventivo. Come può un operatore orientare la propria operatività senza conoscere qual è l’ampiezza e quali sono i limiti dei suoi poteri di intervento?

L’episodio della metropolitana di Milano
La sera di sabato 18 aprile, stando alla cronaca, alcuni uomini stavano molestando un gruppo di ragazze a bordo della metropolitana rossa di Milano, quando alcuni addetti alla sicurezza hanno intimato loro di scendere alla stazione di Cadorna.

Ne sarebbe nato un diverbio al culmine del quale una guardia particolare giurata alle dirette dipendenze di Atm (azienda di trasporti milanesi gestore, tra l’altro, della linea metropolitana) avrebbe estratto l’arma di servizio.

Sempre stando alla cronaca, l’azienda avrebbe sospeso cautelativamente il dipendente in questione poiché l’estrazione dell’arma sarebbe stata estranea a presunti “protocolli operativi”.

Il diritto rappresenta l’argine dell’operatività
Esiste un primo ordine di considerazioni che ci aiutano nel provare a dare una lettura quanto più giuridicamente corretta possibile alla vicenda.

Escludiamo a priori l’applicabilità dell’articolo 53 del codice penale e dunque la scriminante relativa all’uso legittimo delle armi e di altri strumenti di coazione fisica, poiché, intanto, l’operatore non ne ha fatto nessun uso effettivo e poi perché non sembra che stesse contrastando alcun reato e dunque non ė possibile ritenerlo pubblico ufficiale ai sensi dell’interpretazione della Cassazione.

L’estrazione di un’arma, si sa, può essere esclusivamente funzionale a un suo impiego a scopo difensivo.

Potremmo dunque chiederci se ricorrevano i presupposti di cui all’articolo 52 del codice penale, legittima difesa. In quel caso, come di consueto, occorrerebbe capire se la guardia si sia trovata nella necessità di difendere un diritto proprio o altrui e se, nel farlo, ricorressero i presupposti di attualità del pericolo e proporzionalità tra offesa e difesa. Sempre stando alle notizie pubblicate, però, non sembrava fosse in corso in quel momento un pericolo per la vita di alcuno.

Potremmo considerare, allora, la facoltà di arresto da parte del privato, prevista dall’articolo 383 del codice di procedura penale.

In effetti la norma citata consente a chiunque (non solo all’incaricato di pubblico servizio) di procedere addirittura all’arresto di un soggetto nel momento in cui questo si trovi nel compimento di un reato particolarmente grave, tra quelli specificamente previsti dalla norma stessa o per entità della pena.

E si potrebbe addirittura considerare che, se le molestie avessero assunto il carattere di vere e proprie violenze sessuali, ben ci sarebbe potuto essere addirittura un arresto da parte del privato ai sensi proprio dell’articolo 383 del codice di procedura penale.

Eppure, ci sentiamo di escludere anche questa ipotesi, dato che non ė chiaro come l’estrazione di un’arma di protezione individuale avrebbe potuto contribuire all’arresto di un soggetto, tra l’altro dopo diverso tempo dal compimento delle presunte condotte di rilevanza penale.

Formazione e dotazioni
Come sempre, il caso di cronaca rappresenta solo lo spunto per svolgere alcune riflessioni, tenendo ben lontana la possibilità e la voglia di dare interpretazioni a un fatto storico del quale ben poco sappiamo.

Le riflessioni sono sempre le stesse. Ė sufficiente la formazione che il personale addetto alla sicurezza sussidiaria riceve? Come viene erogata la formazione giuridica partendo dal presupposto, come detto, che il diritto rappresenta l’argine dell’operatività? Quale formazione viene erogata in materia di comunicazione, negoziazione e capacità di leggere il comportamento altrui? E, ancora prima, quale formazione viene erogata sulle tecniche di gestione del sé nei momenti critici?

Giá, perché, tutt’al più, le aule di formazione per il personale a contatto con il pubblico si spingono fino a divulgare le buone prassi di gestione della escalation di aggressività altrui, pretendendo che lato nostro si riesca a mantenere un animo quieto come un lago alpino.

Non è così e lo sappiamo. Gestire se stessi e la propria emotività è il primo e indispensabile passo per poter gestire, in seconda battuta, l’emotività altrui.  Quanto alle dotazioni, chi scrive è ovviamente d’accordo al cento per cento con la dotazione di un’arma da fuoco per i casi limite di difesa della vita.

La domanda è, però, un’altra. Quali strumenti ha a disposizione la guardia particolare giurata per gestire tutti i gradini intermedi nel force continuum? Già, perché tra l’uso della comunicazione e l’uso della forza letale esistono un numero indefinito di sfumature di grigio, tante quante sono le umane opzioni di gestione di uno scenario, e la guardia giurata si trova professionalmente a dover affrontare infinite ipotesi nelle quali la dissuasione verbale non basta più ma la forza letale per fortuna non è ancora necessaria.

Insomma, all’incaricato di pubblico servizio si presentano le stesse necessità del pubblico ufficiale là dove gli si richieda di svolgere mansioni in pratica sovrapponibili. Se però, lentamente e con fatica, riguardo al pubblico ufficiale qualche cosa negli ultimi decenni si sta muovendo, la guardia particolare giurata è ancora oggi abbandonata in balia di mille opzioni tra le quali dovrà optare a suo insindacabile giudizio, salvo poi pagare il conto nel caso in cui si ritenga che abbia scelto la carta sbagliata.

Nel frattempo, è fondamentale ricordarsi che la pistola è come il portafoglio alla cassa del bar: se la si estrae è perché si è tenuto in debito conto, purtroppo, l’ipotesi di doverne fare uso.

Anche perché la presenza di un’arma all’interno di una colluttazione in un ambiente ad altissima frequentazione presenta dietro l’angolo il rischio di perderne il controllo, con impossessamento da parte di chissà chi e ben altri scenari in vista. Riforma chiara e organica cercasi.