di Ruggero Pettinelli - 02 giugno 2019

La Glisenti 1910... civile

Non tutte le Glisenti 1910 superavano l’ispezione finale. Ma cosa accadeva alle “rifiutate”? E quante saranno state? Grazie al ritrovamento di un esemplare eccezionale, è possibile fare qualche ipotesi circostanziata

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La storia della Glisenti 1910 sa riservare ancora sorprese per gli appassionati…

La Glisenti 1910 calibro 9 mm è stata la prima pistola semiautomatica d’ordinanza dell’esercito italiano: frutto di un laborioso lavoro di sviluppo iniziato almeno un decennio prima rispetto al fatidico anno “denunciato” dal nome del modello, è una pistola atipica sotto molti punti di vista, prima di tutto perché porta il nome di un’azienda diversa rispetto a quella che materialmente la produsse (la Metallurgica bresciana Tempini), in secondo luogo perché fu oggetto di una produzione “a numero chiuso” che solo una manciata di anni più tardi, cioè al momento dell’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale, si ritenne impossibile proseguire o ricominciare, lasciando così spazio e gloria alla prima semiautomatica Beretta (la 1915 calibro 9 Glisenti). Le informazioni più dettagliate e complete sullo sviluppo e la genesi dell’arma si devono in gran parte al lavoro svolto da Pierluigi Taviani, pubblicato in quattro puntate su Armi e Tiro (novembre e dicembre 2005, gennaio 2006, novembre 2010), malgrado ciò ancora oggi capita di imbattersi in dettagli e nuove, piccole (o grandi…) scoperte che lasciano piacevolmente sorpresi e confermano, una volta di più, che nel campo dell’Ex ordinanza la parola definitiva su una determinata arma sia possibile pronunciarla molto, molto di rado. E proprio questo è il caso dell’esemplare che vi presentiamo in questa occasione.

Una produzione (quasi) regolare

Ciò che finora è assodato al mondo dei collezionisti è che la produzione dell’arma fu fissata in un quantitativo di 30 mila esemplari, determinati in un ben preciso contratto tra la Mbt e l’amministrazione militare, stipulato nel 1907, quando lo sviluppo dell’arma prevedeva ancora un calibro di 7,65 mm con bossolo a bottiglia (tipo 7,65 para). Malgrado ciò, gli ultimi aggiustamenti furono in realtà approvati molto più tardi, primo fra tutti quello della famosa sicura a “farfalla” sull’otturatore che risale alla fine di marzo del 1910 (con richiesta di privativa industriale da parte del capitano Angelo Magistri per una soluzione di tipo differente addirittura nel maggio 1910). La produzione, complice l’esiguità e la specificità, risulta essere particolarmente omogenea: fatti salvi i rari prototipi di pre-serie, tutti gli esemplari destinati all’armamento degli ufficiali presentano le medesime caratteristiche costruttive (quindi una sola lunghezza di canna, un solo calibro, il 9x19 mod. 1910…) e anche il medesimo sistema di marcatura, consistente nella matricola con prefisso letterale impressa sul lato destro del blocco di culatta (e ripetuta, in tutto o in parte, su tutte le altre compomenti), in un punzone circolare contenente la scritta “Fab 1909” o “Fab 1910” sul lato destro del fusto e nelle iniziali dell’ispettore governativo “TM”, corrispondenti al cavalier Mario Turani, impresse sempre sul lato destro del fusto, accanto al “Fab”, e più in piccolo sugli altri punti strategici dell’arma, come otturatore, blocco di culatta, cartella laterale, parte interna del fusto, caricatore. Le lettere dell’alfabeto utilizzate per i prefissi matricolare vanno, per quanto è dato sapere, dalla “A” fino alla “R”, senza apparentemente che sia stata utilizzata la lettera “K” (la precisazione è meno stravagante o superflua di quanto possa sembrare, perché con fucili e moschetti ’91 si usava, mentre non si è mai impiegata la “J” per evitare confusioni con la “I”). Sempre per quanto è dato sapere, ciascun blocco alfabetico prevede una matricolazione da 1 fino a 2.000 (o forse 1.999), con la sola eccezione del blocco “B” di cui sono noti esemplari con matricola fino oltre 2.900. A fronte, quindi, dei 30 mila esemplari oggetto del contratto, ammettendo che anche il blocco matricolare “R” sia arrivato a conclusione (cosa tutta da dimostrare), se l’alfabeto e la matematica non sono un’opinione, il totale complessivo prodotto dovrebbe ammontare a 33 mila esemplari (sempre ammettendo che non sia stata utilizzata la “K”). Giustamente, si è ipotizzato che il quantitativo eccedente sia servito a compensare eventuali rifiuti di esemplari sottoposti all’accettazione, senza peraltro poter azzardare ipotesi su quale potesse essere il destino delle armi scartate. Tutto sommato, fino a ora…

Una vera fuoriserie

L’oggetto del nostro articolo è, con tutta probabilità, uno dei pochi, e presumibilmente molto rari, esemplari di Glisenti 1910 che si può ipotizzare sia stato effettivamente ritenuto non conforme e, quindi, scartato dal cavalier Turani. In realtà erano già noti esemplari (molto rari anch’essi) sprovvisti sia del punzone “Fab 1910” o “Fab 1909” e del “TM” sul lato destro del castello, ma qui si è andati decisamente avanti, perché oltre a mancare qualcosa… c’è qualcosa in più! Ma procediamo con ordine: l’arma in sé è in tutto e per tutto un Glisenti 1910, con la consueta brunitura a tampone nero-bluastra perfettamente conservata, la finitura a bastoncino dei lati interni del fusto, le guancette in ebanite originali con tanto di matricola e così via. Sulla parte superiore del blocco di culatta, si riscontra il classico punzone tondo con il cartiglio elegantissimo e Liberty della Metallurgica bresciana Tempini, con l’altrettanto classico punzone di verifica “RV” in cartiglio. Insomma, è una Glisenti 1910 del tutto normale. Solo che sul lato destro del fusto, sotto la matricola, il famoso “TM” non c’è e, in più, al posto del “Fab” c’è un altro punzone tondo, difficilmente decifrabile sulle prime. Guardandolo con appena un po’ di calma e di attenzione in più, però, l’arcano spunta fuori: è in effetti proprio un punzone “Fab”, non si capisce se la data sia 1909 o 1910, solo che su di esso è stato apposto un secondo punzone tondo con il cartiglio Mbt. L’esame dei marchi interni all’arma evidenzia che le componenti sono tutte normalmente matricolate e alcuni pezzi riportano, correttamente, il classico “TM” in formato piccolo. Il caricatore, però, non è in alcun modo marcato, ma soprattutto nella parte inferiore del blocco di culatta, accanto alla matricola, là dove dovrebbe trovarsi l’ennesimo “TM” in ovale, c’è un rapido e potremmo dire grossolano colpo di lima o di mola.

Cosa è successo?

Analizzando gli indizi e ragionando secondo logica, pare di capire che sull’arma sia stato impresso il punzone “Fab” a rappresentare la presa in carico da parte dell’arsenale di Brescia, che era materialmente responsabile della verifica di conformità, della relativa accettazione e della distribuzione successiva ai vari reparti. Quindi il controllore, Mario Turani, ha iniziato il suo lavoro di ispezione, apponendo i suoi contrassegni man mano che le varie componenti venivano ritenute idonee. Considerando i quantitativi di armi che avrà dovuto esaminare in quello specifico periodo (tutte le Glisenti dotate di accettazione sono marcate “TM”, quindi sono passate tutte dalle sue mani), è anche possibile ipotizzare che il buon Mario stampigliasse le proprie iniziali su tre o quattro pezzi dell’arma e magari procedesse solo in seguito all’effettivo riscontro di conformità: questo è quanto pare (ovviamente siamo sempre nel campo delle ipotesi) essere accaduto con il blocco di culatta dell’arma, sul quale evidentemente il “TM” è stato apposto ma, una volta riscontrato qualche difetto, è stato necessario anche rimuoverlo. L’esame si è quindi interrotto, senza l’accettazione del relativo caricatore e, soprattutto, senza l’apposizione del “TM” di più grande formato sul lato destro del fusto, vicino al “Fab”, che a questo punto, si può ritenere con buona probabilità che rappresentasse l’accettazione finale. Abbiamo cercato di esaminare con la massima cura sia il componente “incriminato” in sé, sia l’arma nel suo complesso, non riuscendo però effettivamente a notare una evidente difformità rispetto alla massa delle “normali” Glisenti 1910. Di certo c’è che l’arma funziona normalmente (anche se non l’abbiamo potuta provare a fuoco). Forse, il problema poteva essere identificato solo disponendo delle apposite sagome di riscontro, delle quali il Turani era senza dubbio fornito, grazie alle quali probabilmente si sarebbe riscontrata una incompatibilità dimensionale. O magari è stata la precisione sul bersaglio a non risultare soddisfacente.
Sia come sia, l’arma è stata scartata. A questo punto la cosa più affascinante è soffermarsi su cosa sia accaduto dopo, perché una delle poche certezze di questo curioso caso è che l’arma è appartenuta a un ex ufficiale combattente della prima guerra mondiale e quando è stata ritrovata (e fortunosamente salvata dalla rottamazione), era provvista della fondina regolamentare in cuoio grigioverde.
La nostra ipotesi, suffragata dalla presenza del punzone Mbt sovrapposto con precisione al “Fab”, è che l’arma sia evidentemente tornata nella disponibilità dell’azienda produttrice, la Metallurgica bresciana Tempini, la quale si è ben guardata dal “buttarla nel cassonetto”, visto tutto il lavoro che c’era voluto per costruirla e visto che funzionava perfettamente. Quindi, si è evidentemente ritenuto di riciclarla sul mercato commerciale, ma per poter fare ciò bisognava trovare il sistema di obliterare il punzone “Fab” che rappresentava la presa in carico da parte del regio esercito. Detto, fatto, con fantasia ed eclettismo tipicamente italici, evidentemente una volta riscontrato che il punzone “Fab” aveva esattamente lo stesso diametro del punzone che la Mbt apponeva sulla sommità del blocco di culatta, è bastato utilizzare il medesimo per coprire il tutto, evitando il rischio di spiacevoli fraintendimenti.
Ma come ha fatto una pistola “civile” a finire nelle mani di un ufficiale del Regio esercito italiano? La soluzione a questo quesito è più facile di quanto possa sembrare a prima vista: all’epoca, infatti, gli ufficiali erano tenuti ad acquistare la pistola di tasca propria e tale arma restava di loro proprietà vita natural durante, salvi eventuali “riscatti” da parte dell’amministrazione per l’acquisto di armi di modello più evoluto. Per esempio, restituendo il revolver Bodeo 1889 all’esercito, si otteneva un rimborso di 27 lire (30 includendo fondina e cacciavite) per l’acquisto della nuova pistola d’ordinanza, a fronte di un prezzo d’acquisto “a nuovo” per la semiauto di ben 58 lire, alle quali dovevano aggiungersi 3,50 lire per la fondina e 4,60 lire per “due caricatori”. Rimborso del tutto onesto, bisogna dirlo. Ciò detto, risulta abbastanza chiaro che l’ufficiale fosse abbastanza autonomo sul dove procurarsi l’arma d’ordinanza e se, ipotesi, tramite la Mbt era possibile acquistare una Glisenti nuova di fabbrica, magari a un prezzo inferiore rispetto a quello della stessa arma ottenuta tramite gli spacci militari, perché non farlo? Tra l’altro, sono noti e accertati casi di ufficiali che acquistarono a proprie spese armi che non erano neanche del modello regolamentare, come per esempio pistole Browning 1906 calibro 6,35 o le famose “Ruby” spagnole in 7,65 mm. Quindi, alla fin fine, perché no?

Un altro indizio

Che esistesse un canale di vendita per gli ufficiali del regio esercito, esterno rispetto all’amministrazione è confermato dalla corrispondenza d’archivio esistente nella fabbrica d’armi Beretta, dalla quale si evince che la Beretta aveva acquistato dalla Mbt 100 esemplari della Glisenti 1910 proprio per rivenderle agli ufficiali (come riportato da Ugo Menchini nell’articolo “Come tutto ebbe inizio”, Armi e Tiro gennaio 2015). Pistole che, a questo punto, si può ritenere che la Mbt avesse nella propria disponibilità perché non ritirate dalla Fabbrica d’armi di Brescia, in quanto scartate al collaudo. Così come la Beretta ne acquistò 100, è possibile che lo stesso accordo commerciale sia stato stipulato anche con altre aziende armiere dell’epoca, o con le grandi armerie distributrici che già in quegli anni esistevano. E d’altro canto il prezzo pattuito dalla Beretta, pari a 40 lire cadauna, consentiva un minimo di margine per un prezzo finale al dettaglio che fosse appena al di sotto delle fatidiche 58 lire “ufficiali”. Sta di fatto che tra il quantitativo contrattualmente richiesto dall’esercito e il quantitativo rivelato dai blocchi di matricola “ballano” circa 3 mila esemplari che, a questo punto, si può ritenere che siano stati quelli effettivamente bocciati. Considerando le complessità esecutive dell’arma, un rateo di scarti del 10 per cento sulla produzione, seppur non contenuto, può ancora essere considerato fisiologico e tra l’altro nei citati articoli di Pierluigi Taviani è evidenziato con chiarezza che l’inizio della produzione (ancora in 7,65 mm) fu funestata da un elevato quantitativo di scarti e bocciature. Niente di più facile, a questo punto, che anche con l’inizio della produzione in 9 mm si sia riscontrato un iniziale elevato rateo di difformità dimensionali. È a questo punto possibile che le mille pistole in più appartenenti al gruppo matricolare “B” siano state appunto prodotte per compensare una iniziale defaillance in quantitativi importanti e che poi il gruppo matricolare “R” sia servito come conguaglio finale.

L'unica?

L’arma oggetto di questo articolo non è in effetti l’unico esemplare “scartato” osservato nel corso della nostra ricerca: negli articoli di Taviani è illustrato un esemplare della serie matricolare “A” mancante sia del punzone “Fab” sia del “TM” sul lato destro del fusto e anche in quel caso il caricatore non è punzonato. È stato, inoltre, osservato un esemplare nel blocco matricolare “C” che presenta lo stesso punzone Mbt della pistola del nostro articolo, nella medesima posizione, senza però che al di sotto sembri esservi alcun “Fab”. Anche in quella pistola manca il “TM” finale e, curiosità nella curiosità, il caricatore è contrassegnato sul lato sinistro dell’estremità inferiore, al posto delle iniziali del controllore, con una coroncina sabauda. Abbiamo, infine, riscontrato un esemplare del blocco matricolare “M” che, seppur malamente ribrunito, mostra di non aver mai ricevuto né il punzone “Fab” né il “TM” finale, malgrado tutte le singole parti abbiano i “TM” in formato ridotto. Insomma, tutte le volte che ci si imbatte in una Glisenti 1910 con una devianza rispetto ai marchi canonici sul lato destro, è lecito presupporre che faccia parte di quella, ormai probabilmente esigua, schiera di armi bocciate al collaudo ma, nonostante questo, “rientrate dalla finestra” e utilizzate comunque dai nostri ufficiali nella grande guerra.

La prova completa su Armi e Tiro di luglio 2018

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