di Ruggero Pettinelli - 19 ottobre 2019

I caricatori delle Beretta anteguerra

Sono in molti a collezionare le pistole semiauto Beretta 7,65 mm prodotte tra la prima e la seconda guerra mondiale. Ma qual è il caricatore "giusto" per ciascuna variante?

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Il collezionismo delle pistole Beretta ante-1945 è diffusissimo tra gli appassionati di Ex ordinanza: a buon diritto, vista l’importanza che hanno avuto queste pistole nelle vicende storico-belliche del nostro Paese nella prima e seconda guerra mondiale e visti anche i loro contenuti tecnici, che ne hanno fatto da sempre pilastri di robustezza, rusticità e affidabilità.

Gli studiosi e gli appassionati del settore sono ormai anni che si dedicano con ottimi risultati alla ricerca delle varianti e dei marchi apposti sulle semiauto della storica azienda gardonese, per cui sulle pistole in sé si può dire che molto sia ormai noto (molto, non tutto, attenzione…). Una delle “branche” della “berettologia” che è, però, rimasta un po’ indietro è l’esegesi sullo sviluppo dei caricatori dei vari modelli di armi sviluppati dall’azienda nel corso del trentennio tra il 1915 e il 1945, e prodotti (almeno la Beretta 35) fino a tutti gli anni Settanta e oltre (è opportuno ricordare che gli ultimi lotti di Beretta 34 furono assemblati per collezionisti e amatori nel corso degli anni Novanta, quando il calibro 9 corto non fu più considerato da guerra). Questo un po’ perché il caricatore è sempre stato considerato una parte secondaria, un po’ perché essendo intercambiabile e, di norma, non contrassegnato con matricole o punzoni, è spesso difficile attribuirlo con certezza a una determinata arma piuttosto che a un’altra. Malgrado questo limite, comunque, a nostro avviso è possibile dare alcune indicazioni di massima che possano aiutare i collezionisti a capire se, almeno orientativamente, il caricatore montato sulla loro pistola sia “giusto” oppure no.

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La Beretta mod. 15-17 è stata la prima 7,65 mm della storia aziendale (foto Ugo Menchini). 

In linea di massima, con le armi in 9 mm Glisenti i problemi “interpretativi” non sono così pressanti, mentre i dubbi sussistono più che altro sulle armi in 7,65 mm Browning (Beretta 15-17 e brevetto 15-19 modelli 1922, 1931, 1934, 1935) e, più marginalmente, sulle armi in 9 mm corto (cioè le pistole modello 34).

Il primo modello di pistola Beretta in calibro 7,65 mm Browning è, ovviamente, il modello 15-17, entrato in produzione (appunto) nel 1917 e commercializzato fino ai tardi anni Venti del XX secolo. Per quanto è stato possibile ricostruire, per quest’arma è stata prodotta una sola variante di caricatore, del tipo monofilare della capacità di 8 cartucce. Si tratta di un astuccio piuttosto semplice e pratico, realizzato in lamiera d’acciaio brunita con due ampie finestre laterali che consentono sia l’ispezione dei colpi residui, sia eventualmente di abbassare l’elevatore con le dita per agevolare l’inserimento delle ultime cartucce. È tipico di questo caricatore il fondello piatto in lamiera stampata e piegata, trattenuto per mezzo di una piastrina cruciforme che sporge con due alette laterali. Per smontare il caricatore, quindi, occorre sollevare la piastrina agendo sulle alette laterali, facendo quindi scorrere la base vera e propria. Per quanto è dato sapere, il caricatore destinato alla 15-17 ha sempre un elevatore realizzato dal pieno in acciaio lucidato (più raramente capita di trovarlo brunito), conformato a “U” rovesciata e, quindi, privo di fianchi laterali. Il lato posteriore del caricatore culmina, nella parte superiore, con un raccordo orizzontale rispetto ai labbri. Normalmente i caricatori si trovano sia bruniti con tonalità nero-bluastra, sia con tonalità marrone rossiccia e non presentano scritte o numeri identificativi di sorta.

Il modello successivo rispetto alla 15-17 è la Beretta brevetto 15-19 modello 1922: rispetto alla progenitrice, in pratica è differente nel profilo del carrello (completamente aperto nella parte superiore), nelle guancette (in lamiera stampata anziché in legno), nel sistema di fissaggio della canna al fusto e nel funzionamento della sicura manuale. Malgrado queste modifiche, la zona dell’impugnatura è pressoché identica a quella della 15-17, sia dimensionalmente, sia come inclinazione. I caricatori sono, pertanto, pressoché identici a quelli della 15-17, anzi nella maggior parte dei casi sono proprio i medesimi. Occorre precisare “nella maggior parte dei casi” perché talvolta capita di imbattersi in caricatori apparentemente identici a quelli della 15-17 che, però, hanno invece un differente tipo di elevatore, non più a “U” rovesciata, bensì provvisto di fianchi laterali coperti. Anche in questo caso, normalmente il componente è in acciaio naturale, ma più raramente può incontrarsi brunito. È possibile che nella produzione iniziale della mod. 1922 si sia usato lo stesso caricatore della 15-17, ma che poi si sia passati all’elevatore “pieno” perché più robusto e, forse, anche più facile da afferrare e trattenere con le dita attraverso le finestre laterali del corpo dell’astuccio, durante il rifornimento delle cartucce. Nessuna apparente variazione nella forma del corpo in lamiera o del fondello.

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Una Beretta 1931 per la Regia marina, la prima 7,65 mm a cane esterno di Beretta.

Con la pistola Beretta brevetto 15-19 modello 1931, si cominciano a registrare le varianti più notevoli per quanto riguarda lo sviluppo dei caricatori. Ricordiamo che la modello 1931 è la prima pistola Beretta in calibro 7,65 mm ad avere il cane esterno, al posto del cane interno. Ne consegue, anche, che è la prima pistola Beretta in 7,65 mm ad avere un espulsore vero e proprio, laddove invece nelle pistole modello 15-17 e 1922 era il percussore a svolgere questa funzione. L’espulsore è posto sul fusto in posizione centrale, appena alle spalle del vano caricatore e, per questo motivo, interferisce in parte con l’elevatore quando i colpi sono esauriti. Per questa ragione, l’elevatore (del tipo “pieno”, cioè con i fianchi) è munito di una caratteristica tacca posteriore, che serve proprio a evitare il contatto con l’espulsore e ad assicurarne, quindi, la completa salita fino a fondo corsa. La cosa è molto importante perché l’elevatore dei caricatori Beretta funge anche da hold open, trattiene cioè fisicamente in apertura il carrello quando le cartucce sono esaurite. Nei primi esemplari di mod. 31 l’espulsore è appena accennato, ma nella produzione successiva ha una lunghezza e un ingombro cospicui, tali da rendere obbligatoria, o quasi, la tacca sul fondello per consentire all’elevatore di fungere efficacemente da hold open. Per lo stesso motivo (cioè l’aumento di dimensioni dell’espulsore), alcuni caricatori per Beretta 31 hanno uno scasso squadrato a “U” al centro del bordo posteriore superiore dell’astuccio che, però, per il resto, ha sempre andamento orizzontale. In alcuni casi, inoltre, per la prima volta sono stati sperimentati elevatori realizzati in lamiera stampata, conformati in modo da copiare il profilo di quelli tradizionali realizzati per estrusione e successiva sagomatura mediante fresatura, quindi sempre con i fianchi laterali. Gli elevatori estrusi sono normalmente lasciati in bianco, quelli stampati invece si trovano sempre bruniti (talvolta la sommità è lucidata e sono bruniti solo i lati). Il corpo del caricatore ha sempre le asole laterali ampie e le sue dimensioni sono pressoché identiche a quelle dei caricatori per 15-17 e mod. 1922. I fondelli invece sono molto diversi e assai variegati: è stato, infatti, possibile riscontrarne sia di tipo simile a quelli per le armi precedenti (quindi con piastrina di ritegno cruciforme con alette laterali), ma con soletta ricavata dal pieno anziché stampata, sia di nuovo tipo, con piastrina di ritegno interna che fa capolino attraverso un foro circolare al centro della soletta. Di quest’ultima variante esistono due tipologie: di tipo piatto, realizzata per stampaggio, e con sperone appoggiamignolo, realizzata dal pieno. I primissimi caricatori per Beretta 31 hanno un appoggiamignolo appena accennato, ma in seguito sarà maggiorato, assumendo il profilo definitivo utilizzato anche sui modelli successivi.

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Una Beretta 15-19 mod. 22 (sopra)a confronto con una Beretta 35 del 1944.

Il culmine dello sviluppo, per quanto riguarda i caricatori Beretta, si ha con la presentazione del brevetto 15-19 modello 1934 e del modello 1935 in 7,65 mm, nonché con il modello 1934 in calibro 9 corto. Restando per il momento sul calibro 7,65 mm, possiamo ricordare che la variante brevetto 15-19 modello 1934 è, in soldoni, una “pre-serie” di quella che sarà poi la modello 1935 e si differenzia da quest’ultima per pochi particolari secondari, il più evidente dei quali è l’assenza della monta di sicurezza sul cane (oltre alle scritte sul carrello). I caricatori, invece, sono pressoché identici tra le due armi e si differenziano abbastanza nettamente da quelli per il modello 1931, anche se apparentemente sono simili. La differenza principale si riscontra nel corpo del caricatore, che è più alto di circa un millimetro in conseguenza del fatto che l’impugnatura ha un angolo leggerissimamente più accentuato rispetto alla modello 1931. Inoltre, il bordo posteriore superiore del corpo del caricatore ha una vera e propria profilatura a “V”, che manca in tutti i caricatori delle serie precedenti, sempre allo scopo di evitare interferenze con l’espulsore. Il fondello è sempre con piastrina di ritegno che impegna il foro circolare centrale, e si riscontra anch’esso in due varianti: con sperone appoggia mignolo (sempre realizzato dal pieno) o di tipo piatto, in lamiera stampata. Dai ritrovamenti di armi finora eseguiti, si ritiene plausibile che gli esemplari di pistole modello 1935 destinate a contratti militari (marina, aviazione eccetera) fossero dotate di due caricatori con fondello a becco appoggia mignolo, mentre quelle destinate al mercato civile fossero dotate di un caricatore con fondello a becco e di un caricatore con fondello piatto (come faceva anche la Walther all’epoca con le sue Pp e Ppk, per esempio). Per quanto riguarda quest’ultimo, si riscontrano due distinte varianti: una proprio completamente piatta, l’altra con una “gobba” posteriore, destinata a eliminare qualsiasi tipo di tolleranza contrastando con la leva di ritegno. È possibile che il modello con “gobba” sia successivo rispetto al modello piatto, costituendone un perfezionamento. Gli elevatori sono tutti realizzati per estrusione e successiva fresatura, lasciati in bianco, sempre con la tacca posteriore per evitare il contrasto con l’espulsore. Il fatto che i caricatori per le Beretta 1934-35 in 7,65 mm sono più lunghi rispetto ai caricatori delle pistole Beretta di modello precedente, comporta che spesso sia possibile utilizzare un caricatore, per esempio, di una Beretta 15-17 su una 35 (ma a volte non si blocca bene in apertura il carrello dopo lo sparo dell’ultimo colpo), mentre sovente non è possibile il contrario. Cioè, ci sono caricatori per Beretta 35 che funzionano alla grande nelle mod. 31, ma in altri casi, o non si riesce a inserirlo completamente a carrello chiuso, oppure comunque causa malfunzionamenti.

Le tipologie di caricatori che si riscontrano nelle Beretta 15-19 mod. 34 e modello 1935 in 7,65 mm, si ritrovano identiche anche per la Beretta 34 in 9 mm corto. Occorre, però, sottolineare (malgrado sia cosa nota ai più) che questo componente non è affatto intercambiabile tra le due armi, bensì dedicato a ciascuno dei due calibri. Anche se apparentemente identiche, infatti, la Beretta 1935 in 7,65 mm e la 1934 in 9 corto rappresentano il punto di arrivo di due distinte linee evolutive: la 1935 deriva dalla 1931, la 1934 dalla 1923. Sembra la stessa cosa ma non lo è: il diametro della canna, la relativa sede nel carrello e, appunto, i caricatori, sono diversi tra le due armi. L’altezza dei corpi caricatore è la medesima, a variare è lo spessore, che è di 10,3-10,4 millimetri per la Beretta 1935, di 10,9 mm per la 1934 in 9 corto. Quindi, in un caricatore per Beretta 34 in 9 corto possono entrare le cartucce in 7,65 mm, ma talvolta si dispongono troppo verticali e non alimentano bene nelle armi convertite in 7,65 mm dopo la guerra (perché il 9 corto era “da guerra”); in un caricatore per Beretta 35, le cartucce calibro 9 corto proprio non ci entrano. Allo stesso modo, i caricatori per Beretta 34 non entrano nei fusti 35, o vi entrano con moltissimo sforzo, mentre i caricatori Beretta 35 entrano agevolmente nelle 34 in 9. Fondelli ed elevatori sono di conseguenza non intercambiabili. Inoltre, gli elevatori della Beretta 35 hanno il bordo superiore con i fianchi più smussati, un aspetto che probabilmente agevolata il riconoscimento in fabbrica prima del montaggio.

Anche in questo caso, come per i modelli precedenti, i caricatori sono normalmente anonimi: però, si è riscontrato in rari casi che alcuni fondelli del tipo con appoggiamignolo di Beretta 35 per la marina o altri reparti minori (milizia forestale, per esempio) presentano un punzone ispettivo con le iniziali del controllore.

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L’evoluzione bellica dei fondelli con appoggia mignolo. A sinistra il tipo utilizzato fino a circa il 1942, al centro il primo tipo stampato, a destra il secondo tipo stampato.

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale (per l’Italia, 10 giugno 1940), la produzione di armi fu ovviamente incrementata per quanto possibile. Le pistole Beretta 34 e 35 erano già sufficientemente rustiche e riproducibili rapidamente in serie da non richiedere particolari adattamenti a una produzione bellica accelerata, l’unico componente che si ritenne di poter semplificare fu il fondello del caricatore con sperone appoggiamignolo che, in effetti, era ottenuto dal pieno con lavorazioni abbastanza complesse e una notevole finitura superficiale. A partire dal 1942, quindi, fu messa in produzione una variante realizzata in lamiera stampata e ripiegata su se stessa, ovviamente più economica e rapida da produrre, anche se notevolmente più fragile soprattutto per quanto riguarda la resistenza agli urti dell’appoggiamignolo (che, infatti, negli esemplari superstiti di oggi è spesso piegato nei modi più assurdi e se si prova a raddrizzarlo, si spezza, mannaggia a lui…). Questa modifica fu approvata sia per le Beretta 35, sia per le Beretta 34 (i due fondelli, ricordiamo, non sono intercambiabili) e fu progettata (e brevettata) dalla Cardini di Omegna, specializzata in stampaggi di lamiera. L’impiego di questa variante di fondello si è riscontrato nelle armi prodotte fino all’aprile del 1945 (e anche oltre, ma di questo parleremo in seguito). Nel periodo della Rsi, però, alcune pistole militari furono apparentemente dotate di caricatori con fondello piatto stampato, sia con “gobba” sia senza “gobba”, il che fa ritenere che in quel momento si fosse deciso di svuotare i magazzini con i fondelli già prodotti a suo tempo e ancora disponibili, quasivoglia fosse il tipo. Per esempio, sarà un caso ma la maggior parte delle (poche) Beretta 35 prodotte dall’Armaguerra di Cremona nel 1944 su licenza, si trovano abbinate a caricatori con il fondello piatto. Nel tardo 1944, inizio 1945, fu infine studiata una nuova variante di fondello con appoggiamignolo, stampata con una lamiera più spessa e diversamente ripiegata, al fine di renderla più robusta. Questa variante di fondello la si può trovare abbinata sia a elevatori di tipo tradizionale, realizzati dal pieno, sia a caricatori con elevatore stampato e piastrina di ritegno semplificata (cioè senza alette ferma molla): entrambi questi particolari riprendono in toto quelli già sperimentati con alcuni caricatori per Beretta 1931, probabilmente ne fu rispolverato il know-how perché ci si rese conto che la produzione era molto più spedita rispetto ai componenti tradizionali. Alcuni, rarissimi, caricatori di quest’ultima variante, che potremmo definire “war finish”, presentano sul lato sinistro del corpo, nella parte inferiore, la scritta “cal. 7x9”, che ancora oggi non si capisce bene cosa stia a rappresentare. Una interpretazione prevalente suggerisce trattarsi di caricatori destinati nel dopoguerra a essere utilizzati nelle Beretta 34 ridotte al calibro 7,65 mm (quindi vorrebbe dire “cartucce calibro 7,65 per pistola calibro 9”, ma in realtà sono dimensionalmente identici ai caricatori per Beretta 35 e nella 34 non riescono a entrare completamente. Il fatto, inoltre, che questa marcatura si trovi solo ed esclusivamente su caricatori che presentano particolari costruttivi “fine guerra” e che si riscontri con obiettiva rarità, potrebbe suggerire che la scritta servisse invece a identificare un produttore in subappalto degli ultimi disperati mesi di Salò. Purtroppo, certezze non è possibile fornirne, almeno per il momento.

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Caricatori postbellici. A sinistra il tipo dal pieno prebellico, per confronto, al centro il primo tipo di fondello postbellico, a destra il secondo e ultimo tipo postbellico.

Dopo la fine delle ostilità, la produzione di pistole Beretta 34 e 35 riprese a pieno ritmo, sia per le esigenze delle nostre forze armate e di polizia, sia per il mercato commerciale, interno (solo 7,65 mm) ed estero (7,65 e 9 corto). In particolare, si aprì con successo il mercato statunitense, gli yankee dimostrarono da subito un elevato gradimento per le pistole Beretta. Per quanto riguarda i caricatori, nizialmente si riciclarono le componenti avanzate, abbinando quindi ad armi con numeri di matricola adiacenti o quasi, esemplari con fondello appoggiamignolo realizzato dal pieno oppure in uno dei due tipi stampati (senza alcuna apparente logica). L’elevatore stampato, però, fu a quanto pare immediatamente accantonato a favore del vecchio tipo realizzato dal pieno. A parte i primi mesi di produzione postbellica, i caricatori prodotti dopo il 25 aprile 1945 sono generalmente riconoscibili perché sul lato posteriore del corpo presentano una scritta identificativa del calibro: 9 corto per quelli della 34, 7,65 mm per quelli delle 35. I caricatori bellici originali, invece, non hanno mai tali scritte e la costola posteriore è sempre perfettamente liscia. Un altro fattore che contribuisce al riconoscimento dei caricatori di produzione postbellica è che spesso hanno l’elevatore brunito, o totalmente, o sui lati (mentre la sommità è lucidata a mola). Alcuni caricatori per Beretta 34 destinati all’esportazione portano, oltre al calibro, anche la scritta “made in Italy”, mentre altri, destinati all’esercito italiano, sono stati realizzati in subappalto dalla La Precisa di Teano e, quindi, oltre al calibro portano il logo aziendale (unico caso conosciuto di produzione in subappalto “dichiarata”).

Dopo aver esaurito le scorte di fondelli serbatoio bellici, si iniziò a produrne di nuovi, adottando un differente sistema di produzione che prevedeva lo stampaggio per lo sperone appoggia mignolo e la fresatura per la sede del corpo. Questa variante è ben riconoscibile rispetto a quelle belliche ed è la prima in ordine cronologico realizzata nel dopoguerra. Nella seconda metà degli anni Cinquanta, entrò finalmente in produzione l’ultima variante di fondello, riconoscibile perché lo sperone appoggia mignolo ha due cospicue “ali” laterali di irrobustimento, che servono a evitarne la piegatura in caso di urti anche di grande entità. La finitura, per quanto riguarda almeno i caricatori per Beretta 34, fu mutata da brunita a fosfatata opaca, mentre i caricatori per Beretta 35 sono generalmente sempre bruniti fino al termine della produzione, anche se la brunitura è più opaca e nera rispetto a quella bellica.

Sempre parlando di caricatori per Beretta 35, negli anni Cinquanta fu studiata una variante dotata di elevatore con fianchi aperti, cioè a “U” rovesciata sul tipo della vecchia Beretta 15-17. Questo tipo di elevatore è abbinato a un corpo caricatore leggermente differente nel profilo superiore dei lati, che sono prolungati a protezione proprio del “vuoto” ai lati dell’elevatore. Dopo pochi anni di produzione, questa variante è stata eliminata. Occorre anche dire che è l’unica tipologia di caricatore per armi Beretta che, di tanto in tanto, manifesta malfunzionamenti di alimentazione.

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