Il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul ha disposto, martedì scorso, la sospensione del rilascio di nuove licenze in materia di armi, dopo una sparatoria avvenuta in una scuola in cui un 14 enne ha ucciso otto persone prima di togliersi la vita.
L’ordine da patte del primo ministro, nei confronti dei funzionari governativi, è quello di “intensificare urgentemente le misure di controllo sulle armi da fuoco in tutto il sistema”. Oltre alla sospensione sui rilasci di nuove licenze, sarà disposta una revisione di tutti i permessi già richiesti ma ancora in attesa di approvazione e sarà sospeso il programma di cessione con procedura agevolata di armi ai funzionari pubblici. Quest’ultima misura è collegata al fatto che lunedì scorso un ex parlamentare ha ucciso a colpi di pistola un ex poliziotto, fuori da un ufficio pubblico.
Per quanto riguarda la strage a scuola, il ministro dell’istruzione ha proposto di aumentare i controlli all’ingresso degli istituti scolastici, per evitare che gli studenti possano introdurre armi o altri oggetti illegali. In effetti la strage di pochi giorni fa è purtroppo la copia di un avvenimento analogo accaduto nel 2023 e anche in quel caso a esserne l’artefice è stato un 14enne. Soggetto, peraltro, che legalmente (oggi come allora) non può acquistare né detenere armi in Thailandia. Non si può quindi fare a meno di osservare come in Estremo Oriente tanto quanto nella vecchia Europa, il modus operandi sia sempre il medesimo, all’insegna della demagogia: a fronte di evidenti “falle” circa il possesso e l’impiego di armi illegali, i primi a essere colpiti sono i possessori legali.




