Palude di Torre Flavia: da zona di caccia a riserva… di specie dannose!

La palude di Torre Flavia è uno degli esempi più emblematici di zona sottratta alla caccia, che da quando è riserva naturale ha subito un deciso degrado e oggi ospita diverse specie invasive alloctone, tra le quali l'ormai nota tartaruga azzannatrice

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Forse pochi sanno cosa e dove è la Palude di Torre Flavia. Un’area naturale di 43 ettari posta tra la cittadina di Ladispoli e Marina di Cerveteri sul litorale laziale. È stato questo luogo, sempre chiamato Campo di Mare per la facilità con cui le mareggiate portavano dentro i suoi chiari l’acqua stessa del mare, uno degli ultimi residui delle immense paludi litoranee che la regione ha sempre avuto lungo le sue coste. Da noi frequentata, insieme a tanti altri cacciatori, fin dai nostri più giovani anni. E per circa 20 praticamente ci abbiamo abitato, frequentandola da settembre a marzo. Se c’era un singolo acquatico, che per caso avesse percorso il mare da Gaeta a Montalto di Castro, avrebbe avuto senza dubbio la tentazione di entrare nei suoi confini, venendo sempre accolto da una folta schiera di cacciatori. Poi, nel momento in cui l’animalismo cominciò ad avere tutti gli appoggi di cui ancora gode oggi, venne sottratta all’uso venatorio e trasformata in riserva naturale. Naturalmente fino a quando è stata teatro venatorio, i cacciatori più assidui ne hanno sempre curato la gestione: venivano tagliate o bruciate le troppe canne, mantenendo i chiari puliti e accessibili ai migratori. Una volta esclusa la caccia, come sempre, ha avuto la meglio il “lascia fare alla Natura”. Quindi nulla da toccare. E come si sa nelle paludi ben presto tutto diventa impenetrabile e troppo folto, favorendo certe presenze a scapito di altre. E qui arriviamo al problema: nei giorni scorsi, nel volgere di una sola settimana, nella palude è stata catturata la seconda tartaruga azzannatrice: una specie invasiva e altamente pericolosa perché, come dice il nome, molto propensa a mordere potendo con le sue mascelle anche troncare un dito a una persona. Gli esemplari raggiungono i 30 cm di lunghezza del carapace, per cui abbastanza grandi e pericolose. Sono noti casi analoghi in cui sono state addirittura trovate dentro fontane pubbliche, alimentando l’ingresso nel nostro ambiente di esemplari di specie aliene, o esotiche o alloctone, che poi portano danno alla nostra fauna autoctona. E ad avere altrettante condanne dall’Unione europea per tutte le specie aliene che non riusciamo poi a eradicare. Addirittura, tre anni fa nella riserva di cui parliamo ne fu catturata una di 50 cm di carapace. Ma non finisce qui. Il pietismo, e l’animo troppo buono di chi pensa di proteggere, ha favorito anche la presenza ormai stabile di nutrie, pesci gambusie, pappagalli parrocchetti, gamberi killer, granchi blu eccetera. Facendo diventare la palude un vero zoo esotico di specie altamente dannose che non hanno più nulla a che vedere con la nostra fauna alata, migratrice e non. Certo sono lontani i tempi in cui la zona era teatro di canti, richiami e fischi di trampolieri. Forse, anzi sicuramente, c’era meno pseudo-protezionismo. Ma sicuramente più ambiente italico. Meno scolaresche chiassose in visita, ma molti più chiari e acque libere. Vitali per le anatre di ogni tipo.