di Claudio Bigatti - 17 ottobre 2019

Turchia: l’imbarazzo della Nato e non solo…

L’operazione “Peace spring” del governo turco contro la regione curda nel Nord-est della Siria è causa di preoccupazione e destabilizzazione nell’area perché…

La Nato, per voce del suo segretario, generale Jens Stoltenberg, ha espresso personalmente al presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e al suo ministro degli esteri Mevlut Cavusoglu, che l’attuale operazione militare rischia di destabilizzare ulteriormente la regione aumentando tensioni e maggiori sofferenze umane. Più precisamente ha aggiunto: “Mi aspetto che la Turchia agisca con moderazione è in coordinamento con gli altri alleati in modo da preservare i vantaggi ottenuti contro il nostro comune nemico, Daesh”. La preoccupazione è anche che i combattenti dei gruppi jihadisti catturati, possano scappare dai campi di detenzione nell’area.

Alle rimostranze di alcuni membri dell’Assemblea parlamentare della Nato che lo invitavano ad essere più “duro” con Ankara, Stoltenberg ha così replicato: “La Turchia è importante per la Nato. Si è dimostrata importante in molti modi, in particolare nella guerra contro Daesh. Noi abbiamo impiegato, come alleati Nato, nella coalizione globale, le infrastrutture in Turchia, le basi turche nelle nostre operazioni per sconfiggere Daesh. Ed è esattamente questa una delle ragioni per cui sono preoccupato su cosa sta accadendo adesso. Perché rischiamo di minare l’unità che necessitiamo nella guerra contro Daesh”.

Dunque linea “morbida” comunque perché… la Turchia con una forza stimata di 639.000 militari, civili e forze paramilitari, è la seconda più grande forza armata della Nato dopo gli Usa.

Non solo, ci sarebbe anche il “problemino” della Nuclear sharing (condivisione nucleare). Strumento Nato di deterrenza nucleare condivisa che prevede il coinvolgimento di alcuni Paesi membri nella pianificazione per l’impiego di armi nucleari tattiche (o strategiche). Il Nuclear sharing, prevede la dotazione di armi nucleari agli Stati sprovvisti di tali capacità, fornite da uno Stato membro che invece le possiede (gli Usa…), fornendo addestramento all’impiego di queste armi in caso di guerra.

Nello specifico, si tratterebbe di circa 50 bombe termonucleari B-61 a caduta libera, conservate presso la base aerea di Incirlik: le B-61 sono bombe “a campo di resa variabile” ossia, programmabili prima della detonazione su una specifica potenza compresa tra gli 0,3 e i 340 kilotoni, del peso di circa 320 chilogrammi.

Non è la prima volta che queste armi atomiche destano preoccupazione negli Usa: l’ultima volta fu nel 2016 quando a seguito del tentativo di colpo di stato contro Erdogan e secondo alcune fonti, la base venne isolata dai militari turchi: tutto si risolse però in 24 ore.

Recentemente e secondo il New York Times, l’amministrazione americana starebbe cercando soluzioni per rimuovere definitivamente queste armi nucleari ma… anche l’amministrazione Obama pare avesse cercato una via, inutilmente: politicamente queste armi sono una “leva” nella mani di Erdogan e se dovessero andare via, segnerebbero la fine dell’alleanza Nato/Usa.

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