di Massimo Vallini - 06 maggio 2019

La tenacia di Maullu

L'Europa, la "lobby" delle armi, la caccia, il valore economico del settore. L'asse franco-tedesco e anche la prospettiva dello schieramento dei partiti del Centro-Destra, dove infiamma la polemica...

Stefano Maullu si ricandida alle Europee 2019 nella Circoscrizione 1 Italia Nord occidentale. L’europarlamentare noto per la posizione a favore del settore, ha scelto per la sua candidatura lo slogan: "In Europa ci vuole tenacia". Maullu, ci spiega lo slogan che campeggia nei manifesti a Milano?
«Trovo che la parola tenacia rappresenti al meglio quello che ho fatto nella mia vita, partendo dal basso, con impegno e sacrificio. E credo che la tenacia debba essere oggi la base della battaglia che dobbiamo combattere in Europa per ridare all'Italia il ruolo che merita rispetto all'egoismo dell'asse franco-tedesco che va sradicato. Lo dobbiamo fare con tenacia, competenza, coerenza».
Difesa del Paese in sede europea, attenzione al mondo imprenditoriale e produttivo sono stati tra i temi forti del suo lavoro a Bruxelles. La produzione di armi civili italiana è seconda a quella degli Stati Uniti, se la gioca con Germania è Turchia, realtà industriali con caratteristiche diverse. Come mantenere competitività con le difficoltà che comporta e con il peso burocratico che in questo settore è davvero pesante, contando anche le restrizioni normative?
«La difesa del tessuto economico-produttivo italiano è la stella polare che deve orientare il lavoro di chiunque rappresenti il nostro Paese in Europa e troppo spesso l'asse franco-tedesco di cui sopra ha imposto regole e condizioni che hanno danneggiato l'Italia: tutto questo va cambiato. Sulla burocrazia la battaglia vale per qualsiasi settore: quando un’impresa italiana delocalizza è una sconfitta per tutti, ma dovremmo dare alle nostre imprese le condizioni ideali per investire qui invece di continuare una assurda guerra fiscale e burocratica nei confronti di chi ha idee e vuole creare lavoro. Quanto al settore armiero, credo che la battaglia sia prima di tutto culturale: a troppi livelli il valore del comparto non viene riconosciuto o viene visto con sospetto e distacco, in virtù di una campagna ideologica disarmista di fatto anti italiana».
Il patrimonio del settore, per il Paese, è costituito da quasi 2.400 aziende piccole e medie, la maggior parte delle quali concentrate in Lombardia, che è anche la sua regione...
«Sì, sono realtà che apprezzo molto e che ho avuto modo di conoscere da vicino in questi anni da parlamentare europeo e, prima, da assessore regionale. La Lombardia è la locomotiva d'Italia, uno dei quattro motori produttivi d'Europa e il tessuto delle piccole e medie aziende del comparto armiero ne rappresenta una colonna portante».
Come giudica l'attacco che certi giornali hanno fatto alla cosiddetta "lobby delle armi" in chiave anti-Salvini? Esiste, poi, questa lobby?
«Teorizzare l'esistenza di ipotetiche lobby che tramano nell'oscurità è da sempre il classico metodo per dipingere scenari che fanno paura: è il modus operandi di chi porta avanti l'ideologia disarmista, con titoli di giornali inquietanti, allarmismo e teoremi strampalati smentiti tra l'altro dai numeri, dai dati, dai fatti. Detto ciò, se difendere i diritti dei legali possessori di armi e supportare un comparto produttivo di eccellenza significa essere parte di una lobby allora spero che questa lobby sia forte almeno tanto quanto la lobby dei disarmisti di professione che possono contare sui grandi gruppi editoriali e su sponsor molto ben strutturati».
In Lombardia nelle ultime settimane si è innescata una polemica tra un altro candidato del suo partito Pietro Fiocchi e l'europarlamentare Lara Comi, del partito che lei ha abbandonato, Forza Italia, proprio su armi e caccia, nonché la direttiva. Lei da che parte sta?
«Io sto dalla parte della giustizia e della libertà, diritti che una comunità di persone perbene – quella dei legali possessori di armi, degli sportivi, dei cacciatori, degli appassionati, dei collezionisti – devono vedersi riconosciuti. Lavoro per questo, nei fatti, da anni e per questo ho convintamente votato contro la Direttiva 477, unico eurodeputato di quello che allora era il mio gruppo e il mio partito: non lo faccio per alcun interesse personale di bottega e l'ho sempre fatto con chiarezza, senza scivolare sula coerenza. E sto dalla parte delle tante associazioni con le quali in questi anni ci siamo confrontati quotidianamente. Fa piacere, sicuramente, che la campagna elettorale metta al centro questi temi, perché in passato mi è talvolta capitato di soffrire di solitudine nel portare avanti certe battaglie...».
Sulle armi conosciamo le sue posizioni. Sulla caccia? Forza Italia e Pd sembra abbiano fatto una conversione animalista sulla caccia, come lo giudica?
«L'approccio “animalista” isterico e pretestuoso che è uno dei motivi che mi hanno spinto l'anno scorso ad abbandonare Forza Italia e ad aderire a Fratelli d'Italia. La caccia, per esempio, porta con sé valori di rispetto per la natura, di tutela dell'ambiente, della biodiversità e di legame con il territorio che gli animalisti da salotto dovrebbero conoscere, informandosi prima di giudicare o sentenziare. Non ho esitato a scontrarmi con qualche esponente di Forza Italia in occasione di assurde prese di posizione anti-caccia, l'ho fatto con decisione perché i cacciatori non possono essere costantemente bersaglio di chi non ne conosce l'identità».
Come potranno essere i rapporti tra Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia in Europa? Quest'ultima starà nel Ppe, mentre lei sarà con i Conservatori e riformisti... Ma poi al dunque?
«Non credo che serviranno particolari alchimie politiche e strategiche tra le forze che siederanno al Parlamento Europeo. È molto semplice: in Europa chi rappresenta l'Italia deve difenderne – nei fatti e con tenacia - la storia, il peso politico, il ruolo geopolitico, il valore economico-industriale. Con chi difende l'Italia avremo sempre il piacere di combattere fianco a fianco, mentre sarà evidentemente difficile sostenere chi strizza l'occhiolino alla peggior burocrazia europea, a Juncker, alla Merkel e a Macron».

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