di Giulio Orlandini - 26 febbraio 2019

Di Maio a Salvini: «Rinviamo la legittima difesa»

Il vice premier e leader del M5S, in affanno dopo la debacle in Sardegna, starebbe pressando il ministro dell’Interno per far slittare l’approvazione della legge

Il vice premier Luigi Di Maio (a sinistra) e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini.

Da una parte, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che non perde occasione per rassicurare chi lo ha votato: «La legge sulla legittima difesa sarà definitivamente varata a marzo, con il voto favorevole della camera dei deputati». Lo ha fatto anche in occasione della sua visita a Hit show di Vicenza, lo ha ribadito una volta di più nel corso della visita ad Angelo Peveri, l’imprenditore condannato a quattro anni e sei mesi e rinchiuso nel carcere di Piacenza per avere sparato a un ladro che era entrato nel suo cantiere.
Dall’altra parte c’è Luigi Di Maio, vice premier e leader del M5S, sotto pressione dopo i pessimi risultati elettorali del movimento in Abruzzo, prima, e in Sardegna nello scorso fine settimana. Persone vicine al movimento fanno sapere che proprio la pesante sconfitta sull’Isola, dove alle Politiche 2018 il Movimento aveva superato il 40% dei consensi, avrebbe spinto Di Maio a modificare la sua strategia politica per tenere a freno l’ebollizione di correnti interne al Movimento che, in alcuni casi, sono arrivate anche a chiedere la testa del leader.
Così, Di Maio avrebbe chiesto al collega Salvini di far slittare a data da destinarsi l’approvazione della legge sulla legittima difesa, cavallo di battaglia del ministro dell’Interno, ma anche argomento indigesto “all’ala sinistra” del M5S. «Se la metto in votazione ora, ci massacrano», avrebbe confidato Di Maio ai suoi più stretti collaboratori.
D’altra parte, manca davvero poco perché le modifiche introdotte sia al codice penale sia a quello civile diventino legge, visto che nello scorso ottobre, l’assemblea di Palazzo Madama ha approvato, con 195 voti favorevoli, 52 contrari e un’astensione, il testo unificato, licenziato dalla commissione Giustizia.

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