di Ruggero Pettinelli - 04 settembre 2019

Ennesimo accoltellamento: la polizia chiede il Taser!

Ennesimo accoltellamento di due agenti durante un Tso. Se avessero avuto il Taser, le cose sarebbero state diverse: anche per il soggetto da immobilizzare!

C’è la politica, che si muove a colpi di proclami. E poi c’è il mondo reale. Al quale evidentemente appartengono gli operatori delle nostre forze dell’ordine, che tutti i giorni tutelano la collettività operando concretamente sul territorio. Proprio da loro, dopo l’ennesimo episodio di accoltellamento subìto da due poliziotti nel corso di un Tso, nel quale avevano prestato ausilio alla polizia locale, proviene un grido che non può più essere ignorato: “A Chioggia evitata una disgrazia grazie alla professionalità del personale Uopi della Polizia di Stato”, ha dichiarato il segretario regionale del sindacato di polizia Fsp Mauro Armelao, “ennesima dimostrazione che abbiamo bisogno del Taser. Basta contare colleghi feriti. La politica si muova. Il Taser avrebbe evitato il corpo a corpo a cui sono stati costretti i colleghi. Non dobbiamo dimenticare che gli stessi operano anche con il timore, come in questo caso, di procurare dei danni fisici alla persona che si trovano davanti”.

In pratica, gli agenti sono entrati nella casa del soggetto, esagitato e armato di coltello, dopo ore di trattative. Hanno fatto irruzione con gli scudi e lo hanno atterrato. Mentre era a terra, però, il destinatario del Trattamento sanitario obbligatorio ha colpito con il coltello le gambe di due agenti, ferendoli.

Il Taser serve... a tutti

Purtroppo anche sul Taser, come su tante altre questioni che riguardano gli equipaggiamenti delle forze dell’ordine, la discussione non riesce a partire in Italia dal profilo tecnico, perché si incarta immediatamente sotto il profilo politico. Come al solito anche in questo caso, come allo stadio, si assiste allo scontro tra le opposte tifoserie: da una parte c’è chi lo considera uno strumento ormai irrinunciabile per modulare la risposta delle forze dell’ordine in relazione alla gravità della minaccia, dall’altra c’è chi eccepisce che Amnesty international e l’Onu lo annoverano tra gli “strumenti di tortura”, e questo apparentemente chiude il discorso su qualsiasi ipotesi di distribuzione, in particolare alle polizie locali, proprio quelle cioè che sono destinate ad appoggiare il personale sanitario nei Tso (come hanno stabilito i sindaci a Milano e Torino, per esempio). È a tal proposito da notare che proprio in queste settimane si parla di mettere in discussione i decreti sicurezza, che prevedono tra le altre cose la possibilità di fornire il Taser agli operatori delle polizie locali dei comuni capoluogo di provincia e di quelli con oltre 100 mila abitanti.

Per quanto riguarda la questione dello “strumento di tortura”, si ha l’impressione di trovarsi al cospetto di un falso problema, o meglio di una comoda scorciatoia per non affrontare la questione: qualsiasi cosa può essere uno strumento di tortura, anche l’acqua del rubinetto (basta pensare al cosiddetto “waterboarding”…). Ma questo non significa che un impiego corretto dello strumento non possa costituire una utilità sia per la collettività, sia paradossalmente per il soggetto contro il quale viene impiegato. Né significa che un impiego distorto non possa e non debba essere adeguatamente sanzionato. L’esempio è lampante: pochi mesi fa a Genova un poliziotto è stato costretto a sparare a un sudamericano che, in evidente alterazione, aveva cominciato ad accoltellare un altro agente di polizia. Risultato: il sudamericano è morto, l’agente è stato rinviato a giudizio per omicidio. Forse, se l’agente avesse avuto il Taser, il sudamericano molto probabilmente sarebbe vivo oggi. E l’agente non sarebbe sotto processo per chissà quanti anni.

La sperimentazione nelle città-pilota (Milano, Napoli, Torino, Bologna, Firenze, Palermo, Catania, Padova, Caserta, Reggio Emilia, Brindisi e Genova) si è conclusa con esito più che positivo, ma al momento l'assegnazione su scala nazionale è ben lungi dall'essere compiuta: proprio in questi mesi si svolgerà la gara d'appalto per la fornitura degli strumenti. Tempi che, forse, gli operatori sul territorio e la cittadinanza non possono permettersi?

Alla fine la questione è molto semplice: quando ci si trova davanti a uno schizzato, una persona fuori di sé, le forze dell’ordine dispongono della pistola, dello spray (ma neanche tutte) o delle mani nude. La pistola è ormai accertato che non può essere impiegata, perché significa automaticamente un decennio di traversie giudiziarie; lo spray si è purtroppo a volte dimostrato inefficace nei confronti di soggetti in forte stato di alterazione. Quindi? Le mani nude. Il che significa ingaggiare un confronto con un soggetto che può essere più grosso, più muscoloso, sicuramente più cattivo perché è fuori di testa e di te non gliene frega niente. Risultato: l’agente viene ferito, magari in modo grave, ma anche il soggetto da immobilizzare può risultare ferito anche in modo fatale.

Quindi?

La conclusione è che la disponibilità di strumenti di autodifesa non letale per le forze di polizia contribuisce non solo a evitare che gli agenti vengano feriti, ma anche a evitare lesioni da parte del soggetto che deve essere messo in condizioni di non nuocere. Questo è quanto raccontano i fatti della realtà quotidiana, con buona pace della politica. È auspicabile, quindi, che i tempi necessari per la distribuzione alle forze dell'ordine nazionali siano quanto più ridotti possibile, ma sarebbe auspicabile anche che i sindaci avessero per le polizie locali un approccio più realistico e meno appannato dalla politica.

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