di Ruggero Pettinelli - 05 agosto 2019

Dayton, El Paso, Gilroy: la via facile

Tre stragi in pochi giorni negli Stati Uniti e, ovviamente, si scatena la guerra alle “armi facili”. Il problema, però, rischia di essere molto più complesso

Tre orribili atti di follia in pochi giorni, negli Stati Uniti: a Gilroy, in California, dove al festival dell’aglio uno squilibrato ha ucciso 3 persone e ne ha ferite altre 18; quindi a El Paso, in Texas, dove un altro giovane folle ha ucciso addirittura 20 persone in un grande magazzino Walmart e ne ha ferite almeno altre 26; infine a Dayton, Ohio, dove un 24enne ha freddato senza pietà 8 persone prima di essere ucciso dalla polizia.

Denominatore comune, l’uso di carabine ad alta capacità di fuoco, per chi cerca il capro espiatorio delle “armi facili” per spiegare questi atti; guardando più nel dettaglio, non può sfuggire invece un altro elemento comune inquietante, costituito dalla giovane età degli autori di questi atti sanguinari. Aveva infatti 24 anni Connor Betts, l’attentatore di Dayton; solo 21enne era invece l’attentatore di El Paso, catturato vivo dalla polizia; ancor più giovane, di 19 anni, era infine l’attentatore di Gilroy, suicidatosi dopo la sparatoria.

Le "gun free zone"

Altro elemento controverso di questa vicenda sono le cosiddette “gun free zone”, cioè aree di ogni città nelle quali non è consentito portare armi (legalmente…) neppure a chi sia in possesso delle prescritte licenze dell’autorità. Dei tre teatri delle sparatorie degli ultimi giorni, almeno due erano “gun free zone”: il festival dell’aglio a Gilroy e, a quanto pare, anche il grande magazzino Walmart di El Paso (il Texas, altrimenti, sarebbe uno degli Stati americani nei quali la legislazione in materia di armi è meno restrittiva). Non sono al momento disponibili informazioni su Dayton, ma la questione rischia di essere irrilevante nella misura in cui l’attentatore è stato lì ucciso in meno di un minuto dall’inizio della sparatoria perché, casualmente e fortunatamente, erano già sul posto agenti di polizia (armati…) che sono potuti intervenire immediatamente. E in effetti, considerando la potenza di fuoco che poteva esplicare l’attentatore, il bilancio dei morti è paradossalmente contenuto. Più che doppio quello di El Paso, dove invece la polizia è intervenuta, secondo le testimonianze, dopo circa una ventina di minuti dall’inizio della sparatoria. A Gilroy il bilancio di vittime è risultato più contenuto, ma si è verificato un elevato numero di feriti: l’aspetto paradossale è costituito dal fatto che il festival si teneva in un’area “gun free” recintata nella quale i partecipanti dovevano passare un controllo all’ingresso, per accertare che non fossero armati; l’attentatore in tal caso ha, banalmente, tagliato la recinzione introducendosi clandestinamente. Allo stesso modo, non era possibile per il 19enne acquistare in California l’arma che ha utilizzato per la strage, ma questo non sembra averlo fermato.

Occorre una riflessione

La guerra alle “armi facili” è indubbiamente la risposta più facile al problema, e non si può negare che negli Stati Uniti esistano sicuramente molti punti deboli sulla normativa in materia di armi, in particolare in rapporto all’Europa. L’elemento sul quale, però, apparentemente nessuno si focalizza dopo questi atti, è sul fatto che essi vengono ormai quasi sistematicamente compiuti da ragazzi, poco più che adolescenti, spesso vittime di emarginazione negli istituti scolastici e talvolta con nevrosi o problemi psichici. Appare difficile poter concordare su chi proponga come panacea del problema l’eliminazione di determinate categorie di armi, quando ci si trova al cospetto di giovani che, invece di affacciarsi alla vita con positività e voglia di costruire, studiano con analitica precisione come uccidere altre persone mettendo, ed è l'aspetto più agghiacciante, in conto di sacrificare la propria vita. È significativo notare, a tal proposito, che tra le vittime della strage di Dayton figurerebbero anche la sorella dell’attentatore, di soli 22 anni, e il suo fidanzato. La situazione criminale di Londra di questi anni (la capitale più proibizionista in fatto di armi di tutta l’Europa), dovrebbe insegnare una lezione molto importante: il mezzo con il quale si perpetra l’omicidio conta fino a un certo punto, ciò che evidentemente necessita di una analisi approfondita e di misure importanti di contrasto è, con tutta evidenza, l’affacciarsi di soggetti sempre più giovani per i quali la vita umana non ha alcun significato, privi evidentemente di empatia, probabilmente psicotici, capaci di covare un rancore violentissimo nei confronti della collettività o di particolari fasce della popolazione (i neri, gli ispanici eccetera). Il che pone evidentemente interrogativi sui modelli educativi e sociali della scuola primaria e secondaria, della famiglia e del sistema sociale nel suo complesso. Se non si riflette su questi aspetti, la messa al bando dei “black rifle” non servirà a niente…

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