Secondo quanto riportato dal Wall Street journal, gli amministratori delegati di General motors, Mary Barra, e di Ford motor, Jim Farley, sono stati contattati da alti funzionari della Difesa dell’amministrazione Trump, al fine di valutare la possibilità di un coinvolgimento diretto delle aziende automobilistiche statunitensi nella produzione di componentistica per la Difesa, con particolare riferimento a parti per missili, droni, munizionamento pesante e così via. L’idea è che, per rimpinguare le scorte strategiche messe alla prova sia dalla cessione di armamenti all’Ucraina per il conflitto con la Russia, sia per i consumi conseguenti alla crisi in Iran, le aziende automobilistiche possano fare la differenza, sia in termini di forza lavoro, sia in termini di capacità produttiva. L’idea non è quella di far produrre direttamente le componenti attive delle armi (esplosivi e avionica), quanto piuttosto componenti infrastrutturali in metallo o polimero, da far poi assemblare alle aziende produttrici delle specifiche tecnologie per la Difesa. I primi contatti sembra che fossero già avvenuti lo scorso anno ma, per l’appunto, la crisi iraniana ha richiesto una accelerazione dei tempi anche se gli organi di informazione sottolineano che si tratta, al momento, solo di colloqui esplorativi. Il Ceo di Ford ha ritenuto di non commentare, mentre per quanto riguarda General motors è stato diffuso un comunicato nel quale l’azienda dichiara che “Da oltre 100 anni, GM sostiene la sicurezza degli Stati Uniti, la protezione della nostra nazione e coloro che la tutelano. Pur rimanendo fedele a questo impegno, non commentiamo le speculazioni”.
Il riferimento storico è relativo in particolare alla seconda guerra mondiale, quando diverse branche della General motors furono dedicate alla produzione di materiali bellici, dalle parti per aerei agli autocarri militari, fino anche alla produzione di armi leggere con la mitica M1 Carbine (Inland, uno dei produttori della Carbine, era infatti una divisione della General motors).




