Mentre i cittadini onesti riempiono le chat cercando di comprendere come non farsi arrestare per avere in auto o nello zaino una pinza multiuso o un coltellino da lavoro, trasportato magari da decenni senza recare offesa ad alcuno e impiegato centinaia di volte in ogni piccolo incombente quotidiano, i criminali non si curano della nuova, punitiva disciplina e continuano ad aggredire con lame di ogni foggia e dimensione.
La cronaca e la casistica
Non calano le aggressioni con il coltello, come del resto prevedibile, nemmeno dopo l’ennesima manovra schiaccia-cittadino che, all’italiana maniera, mette mano alle pene per porto e trasporto di lame e strumenti atti a offendere in genere.
La cronaca, infatti, riporta senza sosta continue aggressioni con strumenti da punta e da taglio. Ci sono le aggressioni e uccisioni in ambito familiare e relazionale in genere, che spesso avvengono nelle mura domestiche, all’interno delle quali, almeno a oggi, gli offender possono contare sull’uso improprio di arredi e suppellettili, oltre che di coltelli da cucina, almeno fino all’emanazione di un decreto che vieterà le lame in cucina e consentirà esclusivamente l’uso del Bimby.
Ci sono, poi, aggressioni che avvengono in contesti di micro-criminalità, nei cui ambienti si gestiscono anche a coltellate, offese e piccoli regolamenti di conti.
Ci sono, infine, aggressioni diffuse, spesso a scopo di rapina, a opera di bande criminali giovanili tipicamente etniche. In particolare, questo è il fenomeno che affligge negli ultimi anni le grandi aree metropolitane, Milano in testa.
Si tratta di aggressioni con il coltello che avvengono: a scopo di rapina, in caso di resistenza da parte della vittima; a scopo di rapina, talvolta anche nel caso in cui la vittima consegni spontaneamente i beni oggetto della rapina (spesso anche solo un cellulare, una catenina o una felpa), dunque esercitando pura violenza immotivata; allo scopo di esercitare violenza sessuale, spesso di gruppo; diverse volte… senza alcuno scopo, anche a causa dell’enorme consumo di stupefacenti che avviene all’interno di quelle sotto-culture. Su quali di queste fenomenologie è andato e andrà a impattare il maldestro rimaneggiamento della disciplina sui coltelli?
Le bande criminali giovanili etniche
Le attività criminali di questo genere di bande sono in enorme crescita e suscitano ormai ingestibili problemi di vivibilità delle nostre città e di sicurezza urbana.
Si tratta, nella maggior parte dei casi, di gruppi criminali caratterizzati da precise provenienze etniche: centro-sud Africa, sub-continente indiano (soprattutto Bangladesh, Pakistan, Sri-Langa) e ovviamente nord-Africa (Marocco sopra a tutti).
L’attività di questi gruppi criminali, responsabili della maggior parte delle aggressioni con il coltello, anche gravissime, che ci raccontano i Tg, è particolarmente insidiosa, perché oltre a gestire il piccolo spaccio di stupefacenti e a presidiare alcune no-go zone, si riversano in tutta l’estensione delle città metropolitane, senza limiti territoriali.
Il dato è particolarmente interessante, perché da un lato si sono consolidate e si espandono giornalmente anche in Italia delle vere e proprie no-go zone, vale a dire aree urbane ad alta immigrazione, spesso periferiche, percepite come inaccessibili alla legalità e caratterizzate da un alto tasso di criminalità e marginalità sociale. Dall’altro lato, queste bande si dedicano a scorrerie in tutta la città, scollegando di fatto il rischio di aggressione da una precisa area territoriale.
Basta studiare
Se non si tratta di un fenomeno che è possibile affrontare con interventi mirati su di un preciso territorio, come affrontarlo?
In criminologia, la teoria della prevenzione situazionale individua ed esprime graficamente tre categorie di fattori affinché venga compiuto un crimine si verifichi: un aggressore motivato; un target appetibile; l’assenza di un guardiano capace.
Queste tre categorie di fattori vengono rappresentati dai cosiddetti problemi “covo” (i casi in cui sono le condizioni dell’ambiente a facilitare l’insorgenza del problema), dai problemi “gallina” (i casi in cui il bene desiderato dall’autore di reato è così appetibile da essere esposto a rischio in ogni luogo e a prescindere dalla motivazione dell’autore) e dai problemi “lupo” (i casi in cui la determinazione dell’autore è tale per cui delinquerà a prescindere dalla protezione del “covo” o dall’appetibilità della “gallina”).
Esistono interventi efficaci?
Come detto, le violente aggressioni operate da queste bande criminali giovanili etniche non hanno una territorialità: avvengono, cioè, ormai in qualsiasi punto delle nostre città.
Non si tratta, quindi, di un “problema covo” e nemmeno di un “problema gallina”, dato che i target di queste aggregazioni criminali sono i più disparati: non solo giovani ragazzi da rapinare o giovani ragazze da molestare, ma davvero i più diversi. Si tratta evidentemente, quindi, di un “problema lupo”.
Al pari degli altri Paesi che, prima dell’Italia, hanno subito ingestibili ondate di immigrazione, come Francia, Belgio e Regno Unito, abbiamo quindi zone a controllo di bande criminali etniche e le stesse che aggrediscono e rapinano in tutta la città. Certo, i Paesi appena citati pagano il prezzo di secoli di imperialismo coloniale, noi nemmeno quello…
E se il problema è di tipo “lupo”, vale la pena di considerare che, forse, anche la soluzione ricade sul “lupo”.
Le contromisure, quindi, dovrebbero riguardare controlli preventivi e misure repressive decisamente mirate a: specifiche aree, specifici profili criminali, facilmente identificabili.
Cosi non è e non sarà per numerose, ovvie motivazioni, che sono pronte a contrastare misure ragionate di sicurezza effettiva etichettandole con ogni aggettivo utile a farle percepire dai cittadini come ingiuste, anziché oggettivamente centrate sul problema.
Già, perché l’uso della comunicazione, la tecnica di etichettare subito un fenomeno come “giusto o sbagliato”, influenza profondamente il nostro modo di percepire il mondo e persino di pensare.
Gli altri fattori
Certo, a prescindere da quello specifico fenomeno criminoso, esistono anche un generale trend di innalzamento dell’asticella del ricorso alla violenza e in qualche caso di emulazione.
Va detto che il ruolo di media e video-giochi violenti non aiuta. Persino l’informazione si concentra esclusivamente su fatti violenti e in generale su qualsiasi cosa possa contribuire a soffiare la paura nei cuori dei cittadini, persino nelle sigle musicali di apertura dei Tg.
E allora ben vengano misure preventive, anche drastiche, come i tanto contestati metal detector all’ingresso di alcune scuole, ma si tratta di misure emergenziali, non strutturali.
È vero, mancano i protagonisti dell’educazione di base del cittadino, dalla famiglia in poi, ma quelli non si costruiscono e non si distruggono in dieci anni: ci è voluto qualcosa in più. Ora godiamoci l’emergenza.
Le parole determinano il pensiero
Tornando per un attimo sull’importanza del linguaggio e sull’educazione del cittadino, fermiamoci per un attimo a pensare alla terminologia che viene divulgata e sempre più radicata per descrivere alcuni dei fenomeni criminosi di cui si è parlato: baby-gang, termine che induce a pensare alle simpatiche canaglie, oggi sempre più inteso come “bande criminali giovanili etniche”; maranza, termine che decenni fa identificava il ragazzo un po’ più spaccone della compagnia e che oggi è stato diffuso per indicare un “appartenente a una banda criminale giovanile etnica”; lo stesso bullismo, che originariamente indicava un modo di fare teso alla sopraffazione emotiva e oggi raggruppa anche fenomeni di rapina, istigazione al suicidio, lesioni e molti altri fenomeni che sul codice penale hanno un nome proprio.
Attenzione, però, perché le parole che usiamo compongono i nostri pensieri. Noi formuliamo pensieri e ci formiamo un convincimento utilizzando le parole.
Cosa accade, dunque, nel momento in cui si utilizzano stabilmente parole depotenziate per indicare fenomeni di una gravità decisamente maggiore? Accade che si contribuisce a normalizzare e a far accettare tutto ciò, senza nemmeno quel “poco di zucchero” che in Mary Poppins aiutava mandar giù la pillola amara…
Anzi, si contribuisce a creare un pensiero secondo il quale “è normale che sia così”, ogni situazione va accettata, basta essere “resilienti”…
Il condizionamento delle masse è evidente, senza scomodare grandi psicologi.
A chi giova? E chi subisce?
E dunque, poiché il caso non esiste e gli incompetenti cronici nemmeno, occorre chiedersi quale sia lo scopo di tutto ciò.
Si è detto che la frangia della criminalità che utilizza i coltelli per offesa è facilmente identificabile e che, per converso, chi si è adeguato suo malgrado al nuovo assetto normativo è semplicemente tutta la popolazione composta da onesti cittadini, vale a dire quei cittadini che spontaneamente adempiono alle leggi. Gli stessi cittadini che pagano sempre più cara l’energia per circolare e per scaldare le loro abitazioni a causa delle sempre più numerose e globali guerre.
Gli stessi cittadini che assistono impotenti a un trend di riduzione progressiva del numero di licenze in materia di armi e più in generale della diffusione delle armi comuni.
Gli stessi cittadini sempre più limitati nella loro mobilità, tra follie elettriche vendute a prezzi che nessuno si può permettere e divieti di circolazione per tuti gli altri.
Insomma, gli onesti cittadini risultano sempre più affamati, appiedati, disarmati e indifesi.
Una volta capito chi ne fa le spese, basta chiedersi a chi giova tutto questo.




