In merito alla mancata “approvazione” dell’uso di munizioni ricaricate in tutti i Tsn d’Italia, sancita dallo Stato maggiore dell’esercito (e prima di allora, dal I reparto infrastrutture di Torino), nel comunicato che era stato a suo tempo diffuso ai reparti infrastrutture competenti si faceva riferimento a giustificazione del provvedimento, e a fondamento della pericolosità delle ricariche rispetto alle commerciali, al fatto che non meglio specificati “Vari studi e perizie tecniche hanno, tra l’altro, accertato la pericolosità mediamente superiore del ricaricato rispetto al munizionamento commerciale in termini di maggiore produzione di lapilli incandescenti e quantitativo di polvere incombusta”.
Uno di questi studi è senz’altro quello relativo al grave incendio occorso nella sezione del Tiro a segno di Prato nel 2024, che fu reso noto a marzo del 2025 dalla stessa procura della Repubblica della provincia toscana, che ritenne opportuno rendere note le risultanze delle investigazioni “perché possono essere utili ad affinare e migliorare le misure, i moduli e le attività da svolgere per la messa in sicurezza degli altri poligoni, diversi e più efficaci rispetto a quelli impiegati nel poligono di Prato e scongiurare ulteriori eventi drammatici con morti e feriti in tali luoghi”.
Nel comunicato della procura si evince che “II punto di origine dell’incendio è stato stabilito all’altezza del terreno, immediatamente davanti alla postazione di tiro n. 4, dove una delle vittime stava sparando con pistola, utilizzando munizionamento ricaricato autonomamente. Lo sparo con questo tipo di munizionamento si caratterizza per la produzione di lapilli incandescenti in quantitativi decisamente superiori rispetto all’uso di munizionamento confezionato. Il contatto di tali lapilli con una quantità significativa di polveri da sparo incombuste presenti a terra davanti la postazione di tiro ha creato l’innesco primario che si è rapidamente propagato alle altre porzioni di polveri da sparo incombuste presenti sulla superficie attingendo con estrema rapidità anche altri materiali combustibili presenti nell’intorno. La presenza diffusa di tali polveri sui materiali combustibili – in particolare nei box di tiro e su altri elementi come legno e pannelli fonoassorbenti lungo la linea di tiro – ha ulteriormente facilitato la propagazione delle fiamme che hanno coinvolto rapidamente la rete di raccolta dei bossoli, i pannelli fonoassorbenti e i materiali lignei. Indi, si è prodotta una densa nube di fumi caldi che si è rapidamente propagata all’interno del sito superando rapidamente anche il muro perimetrale, attingendo anche la vegetazione presente del parco limitrofo e del bosco delle colline vicine”.
Prima di tali considerazioni, tuttavia la procura ha premesso che “si è individuata la causa più ragionevole all’origine dell’incendio nella presenza di significativi residui di polveri da sparo incombuste presenti di fronte e all’intorno delle postazioni di tiro della linea da 50 metri (ove si trovavano le due vittime e il ferito). Polveri presenti in quantità significative, a seguito di una mancata adozione di approfondite attività di pulizia, contrariamente a quanto prescritto dalle norme tecniche che regolamentano la sicurezza nei poligoni a tiro a cielo aperto”.
Quindi, da quanto esposto si evince che:
- L’incendio e soprattutto la vastità e gravità degli effetti è stata determinata, secondo gli inquirenti, da una causa primaria identificabile nella presenza di grandi quantità di incombusti non rimossi con l’ordinaria e prescritta procedura di manutenzione.
- L’innesco degli incombusti è avvenuto durante l’attività di tiro, in seguito alla proiezione di lapilli dall’arma.
- La procura afferma che la produzione di lapilli sia “in quantitativi decisamente superiori rispetto all’uso di munizionamento confezionato”, ma non dice (perché non può farlo) che con il munizionamento commerciale tale proiezione di lapilli non avvenga del tutto. Quindi, di fatto, in assenza dell’ordinaria pulizia delle linee, l’innesco era solo questione di tempo e di casualità. Come già abbiamo a suo tempo riportato (e non possiamo fare a meno di confermarlo), infatti, la proiezione di incombusti e lapilli deriva da una molteplicità di fattori legati al tipo di propellente utilizzato, dalla lunghezza della canna, dal peso di palla e da moltissimi altri fattori, tra i quali per esempio andrebbe annoverata anche la presenza, o meno, di un freno di bocca. Ci permettiamo di ricordare, tra le altre cose, che una notevole incidenza sulla produzione di lapilli da parte di munizionamento commerciale, è anche legata al tempo di immagazzinamento dopo la produzione: in altre parole, se si sparano munizioni che sono assolutamente commerciali, ma che magari risalgono a venti o anche trenta anni prima, la produzione di lapilli è molto superiore e parliamo, comunque, sempre di commerciali.
- A proposito di lapilli, sarebbe interessante mettere a confronto quelli sviluppati dalle munizioni ricaricate rispetto a quelli sviluppati, per esempio, dall’uso di armi ad avancarica a polvere nera, che sicuramente detiene il record in questo specifico ambito. Curioso tuttavia che sotto questo aspetto i militari non abbiano mai in alcun modo coinvolto l’impiego delle armi ad avancarica nei progressivi divieti imposti all’attività con munizioni ricaricate.
In conseguenza di ciò, si può affermare che il divieto disposto circa l’utilizzo delle munizioni ricaricate nelle sezioni del Tsn sia scaturito da una interpretazione perlomeno parziale, se non pretestuosa, del comunicato diffuso dalla procura, da parte delle autorità militari. Va anche detto, a tal proposito, che sebbene la procura affermi che “Le risultanze sin qui acquisite sono il frutto di un intenso lavoro effettuato con la massima cautela e attenzione alla ricerca di ogni elemento di prova anche a favore degli indagati, al quale hanno contribuito un qualificato consulente tecnico, gli appartenenti al Dipartimento della Prevenzione dell’Asl Toscana Centro, ai Vigili del fuoco di Prato e ai Carabinieri del Nucleo Investigativo Reparto Operativo del Comando Provinciale di Prato”, si tratta per l’appunto di risultanze investigative, che non sono al momento sfociate in una sentenza definitiva di condanna.




