Coltelli: la stampa di destra ironizza, la politica tace

La riforma della normativa sui coltelli evidenzia già dai primi giorni ripercussioni sui cittadini “normali”. La stampa filo-governativa ironizza, ma i politici evidenziano un silenzio assordante…

Torniamo, per l’ennesima volta, a occuparci della riforma della normativa sui coltelli operata dal decreto sicurezza (n. 23 del 24 febbraio 2026): in attesa di capire se e in quale misura potranno essere proposti emendamenti a una normativa che appare, oltre che farraginosa, anche inutilmente punitiva nei confronti dei cittadini “normali” che fanno uso dei coltelli nell’attività quotidiana fuori dalla propria abitazione, l’osservazione di alcuni elementi del problema può aiutare a tracciare un quadro più preciso, che non è tutto sommato confortante.

Partiamo dagli articoli dedicati all’argomento da parte della stampa: per la maggior parte, sono usciti con un commento sulla nuova normativa quando il decreto era ancora allo stato di bozza, diffuso ai primi del mese di febbraio. La testata che si è preoccupata di approfondire in modo più analitico la questione, evidenziando le criticità insite nel provvedimento, è stata il Fatto quotidiano, il 12 febbraio scorso, titolando “Hai un coltellino per lavoro? Rischi l’arresto e il carcere: il paradosso del nuovo decreto sicurezza”. La ricostruzione fatta dal Fatto quotidiano appare obiettivamente precisa nell’interpretazione dei contenuti del provvedimento.

Di poco antecedente (10 febbraio) il pezzo uscito su Il Giornale, che piuttosto di approfondire i contenuti della riforma, preferisce ironizzare sulla senatrice Ilaria Cucchi, che in quelle stesse ore aveva dichiarato: “Meloni sbatte in carcere i boy scout”. Riporta Il Giornale: “La senatrice eletta con Alleanza Verdi-Sinistra scrive un lungo post sul suo profilo di Facebook per “denunciare” quanto segue: “Eccoli i famigerati fuorilegge che, grazie al provvidenziale intervento del governo Meloni, sbatteremo finalmente in carcere – è l’incipit del messaggio social -. I colletti bianchi che ogni anno rubano miliardi ai nostri servizi pubblici? Macché. Allora i fascisti che ogni giorno organizzano le ronde nelle nostre periferie? No e no. Il pacchetto sicurezza se la prende con i boy scout. Giuro, i boy scout!”, diventa l’esclamazione sarcastica della Cucchi.

La parlamentare della forza politica di sinistra cita correttamente il fatto che nel testo del decreto è compreso questo passaggio: “Chiunque, senza giustificato motivo, porta fuori della propria abitazione o delle appartenenze di essa, strumenti dotati di lama affilata o appuntita eccedente in lunghezza i centimetri otto, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”. Poi, però, arriva l’inevitabile sentenza: “Ora, i coltellini da boy scout possono tranquillamente arrivare a nove centimetri. Nove centimetri che possono valere un’esperienza: non in mezzo alla natura, ma in celle sovraffollate, degradate e devastanti, psicologicamente, per chiunque. Da sei mesi a tre anni in un inferno sulla Terra. Ma senza dubbio saremo tutte e tutti più al sicuro”, conclude Cucchi. Probabilmente l’intenzione della senatrice di Avs era quella di esporre un’osservazione di scherno nei confronti della maggioranza di centrodestra. Peccato che, specificando proprio lei stessa quelle tre parole del decreto fondamentali comprese nella parte relativa alla stretta sui coltelli (“senza giustificato motivo”) si è data torto da sola: il fatto che i boy scout abbiano in dotazione quello strumento con una lama metallica tagliente, per utilizzarla mentre si trovano nei boschi, rientra assolutamente – per loro tradizione – nei “giustificati motivi”.

Peccato che la testata, concentrata evidentemente sul dare addosso alla Cucchi, abbia tralasciato (come peraltro, apparentemente, la senatrice stessa) che per quanto riguarda i coltelli pieghevoli con blocco della lama superiore a 5 centimetri il “giustificato motivo” non valga più. E peccato che rispetto a senatori e deputati, ai giornalisti competerebbe un dovere di verifica e approfondimento differente.

Il capolavoro è tuttavia quello apparso su Il Foglio il 18 febbraio, con l’autore dell’articolo che ironizza sulle preoccupazioni relative al comparto della coltelleria di Frosolone evidenziate dal sindaco del paese molisano. L’autore dell’articolo non esita a ricorrere alla parola in assoluto più inflazionata del giornalismo qualunquista in materia di armi, evidenziando come nella città di Frosolone “fino a questo momento si poteva comprare un intero arsenale, purché fosse classificato come souvenir”. La chiosa finale fa accapponare la pelle: “Se dunque io che non ho il porto d’armi dovessi decidere di munirmi di un arsenale, adesso saprei benissimo dove custodirlo. A Frosolone, dove potrei agevolmente rispondere a chi trovasse qualcosa da eccepire: “Questo bazooka è un souvenir, questo fucile un pezzo da collezione e questa pistola, be’, questa pistola carica è un pensierino per una persona che so io”.

 

Al di là delle dimostrazioni di imbarazzante superficialità esibite dalle due testate “filo-governative”, tuttavia, un altro elemento appare con una certa chiarezza, ed è un elemento che avrà un forte peso nei prossimi giorni, quando le associazioni di categoria dei coltellinai e le altre associazioni cercheranno di proporre proposte emendative per correggere quello che appare un decreto, per la parte relativa ai coltelli, decisamente malfatto. Stiamo parlando del fatto che, a livello politico, le voci di critica rispetto a quella specifica parte del provvedimento sono pressoché assenti. L’unica voce dissonante (seppur imprecisa, certo) è stata la senatrice Cucchi. Ora, se da un lato è normale che i politici di centro-destra non possano, per evidenti ragioni, criticare apertamente il testo di un provvedimento scaturito dal proprio stesso governo, appare altrettanto evidente il silenzio assordante delle opposizioni, che su qualsiasi elemento dei molteplici decreti sicurezza partoriti dal governo Meloni sono sempre stati prontissimi a denunciare la “deriva autoritaria” e l’eccessivo potere dato alle forze dell’ordine. In questo caso, come dicevamo, silenzio di tomba. Le stesse parlamentari Pd Quartapelle e Serracchiani, che pure avevano evidenziato la necessità di rafforzare i divieti di vendita dei coltelli ai minori, non sembrano aver avuto nulla da ridire sul fatto che le loro proposte sono state “superate a destra” con una estensione decisamente diversa da quella da loro voluta.

A pensar male si fa peccato, come diceva Andreotti, tuttavia non è assurdo arrivare a pensare che, sui progressivi divieti al porto e all’uso non solo di armi, ma anche (appunto) di strumenti da punta e da taglio di uso comune, vi sia una convergenza, come si dice, bipartisan dell’intero arco parlamentare. Speriamo di sbagliarci. Nei prossimi giorni si vedrà.