Caso Lonate Pozzolo: la dietrologia vomitevole

Per il giovane ricercatore che a Lonate Pozzolo si è dovuto difendere da una rapina violenta nella propria abitazione, tanta solidarietà da istituzioni e persone comuni, ma anche strane "riletture" oltre il limite del nauseante, da parte di alcuni organi di informazione

Jonathan Rivolta è ancora ricoverato in ospedale, per le conseguenze delle percosse subite nella rapina che è stata perpetrata nella sua abitazione a Lonate Pozzolo, a due passi dall’aeroporto di Malpensa. Rapina che per uno dei due malviventi, pluripregiudicato, si è conclusa con la morte, in seguito a un fendente portato dallo stesso Jonathan, e questo malgrado i “colleghi” avessero scaricato il ferito all’ospedale di Magenta. Fermo restando che queste vicende devono essere sempre sottoposte, doverosamente, al vaglio della magistratura, i primi commenti filtrati dalla procura evidenziano che il racconto fornito dal giovane che si è difeso, risulta coerente e credibile con le risultanze a oggi rilevate e che, sempre a oggi, il giovane non risulta indagato (ma è verosimile che lo sarà, non c’è alcunché di scandaloso in questo, di per sé). Il sindaco del paese lo ha visitato in ospedale portando la solidarietà municipale e sono moltissimi i messaggi di solidarietà anche da parte della gente comune. La Regione Lombardia, per bocca dell’assessore Romano La Russa, ha già manifestato l’intenzione di supportare lo sfortunato protagonista, suo malgrado, di questa drammatica vicenda, pagando le spese legali che si trovasse costretto a sostenere. Una vicenda, quindi, a oggi decisamente lineare e definita nei propri contorni, fatti salvi ovviamente, lo ripetiamo, i doverosi (do-ve-ro-si) approfondimenti della magistratura. Per tutti? Quasi. Non sono mancate, infatti, alcune note decisamente stonate, che appaiono di particolare cattivo gusto per non dire di peggio. Da un lato, la pelosa morbosità con la quale i giornalisti in queste ore stanno andando a intervistare i parenti del deceduto, ottenendo dichiarazioni oltre il limite del grottesco (che gli autori hanno tutto il diritto di fare, ma forse qualcuno dovrebbe farsi la domanda se sia il caso di amplificare su scala nazionale).

La più stonata di queste, tuttavia, è rappresentata da un articolo dell’edizione meneghina del Corriere della Sera, prontamente ripresa dal conduttore Salvo Sottile sulla pagina Facebook della sua trasmissione “Far West”, nel quale si fanno non meglio specificate allusioni circa il fatto che Jonathan Rivolta sarebbe un praticante di arti marziali e, addirittura, avrebbe un sacco da box sul balcone della propria abitazione. Addirittura! Dettagli che potrebbero semplicemente servire ad aggiungere colore alla descrizione di quanto accaduto, se non fosse che in diversi passaggi ulteriori del pezzo giornalistico, facciano qui e là capolino “incisi” decisamente sconcertanti che consentono di tratteggiare un quadro del tutto diverso circa il “taglio” che intendeva dare l’autore dell’articolo. Da un lato infatti, dopo aver riportato il virgolettato del padre del ragazzo (“sono entrati a casa nostra per rubare! — e mio figlio si è difeso. Cosa avrebbe dovuto fare?”), si avverte insopprimibile l’esigenza di chiosare che “sicché non segue dibattito, non urge discussione”, dall’altro all’elencazione dei precedenti casi di furti e rapine nelle abitazioni circostanti da parte dei parenti di Jonathan, non si può evidentemente esimersi dal precisare che tali precedenti sono “in mancanza però di immediate conferme”.

Segue un surreale panegirico volto a evidenziare che Lonate Pozzolo è “territorio laborioso ma insozzato dalle cosche” e che “più d’uno, del circuito della ’ndrangheta, ha approntato una sorta di servizio d’ordine girando in strada. Così rivelano al Corriere alcune fonti. Una sorta di turnazione di ronde qualora amici della vittima pensino a vendette organizzando spedizioni nella notte”, salva la precisazione, bontà sua, che l’utilissima chiosa finale è proferita “al netto dell’esclusione di legami e coinvolgimenti da parte dei medesimi Rivolta”. Quindi il paese è mafioso, ma la famiglia Rivolta, magari no. Anche in questo caso però forse mancano le “immediate conferme”, chissà. Non basta evidentemente che Jonathan abbia due lauree, un lavoro e, a quanto è dato sapere, zero conti in sospeso con la giustizia. Sicuramente anche il rapinatore stava, nel tempo libero, seguendo un dottorato universitario di ricerca.

A contorno di questa gustosa pietanza, provvede la pagina Instagram del Corriere, la quale precisa che il fendente che ha ucciso il rapinatore “gli corre sotto il pettorale sinistro. Vicino al nome (e alla data di nascita) del figlio”.

Alcune domande scaturiscono spontanee.

  1. Essere un praticante le arti marziali, sottintende in qualche modo che lo sport di contatto prepara a frangenti quali quelli in cui si è trovato coinvolto Jonathan Rivolta (per gli smemorati: essere violati nella propria intimità domestica da più sconosciuti ostili)? O che la pratica della boxe o delle arti marziali (che peraltro sono due cose diverse…) avrebbe assegnato in capo a Jonathan particolari “doveri” o “poteri” ulteriori rispetto a quelli del cittadino comune? In caso affermativo, perché non prendere il toro per le corna e assumersi la responsabilità di dirlo chiaro e tondo, anziché proporre allusioni suggestive?
  2. In un frangente del genere e con il figlio ancora in ospedale, è proprio il padre la persona più indicata alla quale chiedere (speriamo almeno non l’abbia fatto direttamente, almeno quello…) un “dibattito” o una “discussione” su quanto accaduto? Siamo sicuri?
  3. Al momento, a presidiare la villetta dei Rivolta ci sono le forze dell’ordine, per evitare ritorsioni da parte della famiglia del rapinatore morto. Famiglia che, giusto per dare l’idea, intanto per cominciare ha divelto la porta di ingresso del pronto soccorso di Magenta, richiedendo l’intervento in forze dei carabinieri (otto pattuglie…). Tutto ciò premesso, per quale motivo si deve inserire nella narrazione il riferimento a presunte “ronde” da parte delle cosche della ‘ndrangheta, che quindi (seguendo il filo logico dell’articolo) sono, quelle sì, certe e verificate, mentre (guarda a volte la combinazione), i casi riportati di rapine e furti precedenti nella zona sono senza “immediate conferme”? Ma allora, se la zona era del tutto tranquilla rispetto a questo fenomeno di microcriminalità, le ronde delle cosche a cosa servivano, di preciso? E ancora: se il Paese è di “terra di conquista” della ‘ndrangheta, possibile che un gruppo di ladri e rapinatori professionisti non lo sapesse e girasse quindi ben alla larga? Perché il concetto di “pax mafiosa” vuol dire proprio questo… 
  4. Ferma restando la tragicità della fine di una vita umana (e il dolore della madre del deceduto), è lecito per i famigliari del giovane Jonathan, subito dopo la drammatica situazione di violenza che ha dovuto subire, non mettere sullo stesso piano l’incolumità personale e penale del proprio congiunto rispetto a quella di chi è entrato nella sua casa e ha cominciato a picchiarlo senza ritegno? O si devono in qualche modo scusare di avere più a cuore le sorti del proprio figlio piuttosto che quelle di uno sconosciuto, per di più rapinatore e pregiudicato? Ma stiamo veramente scherzando o cosa?
  5. Si ha ancora il coraggio di lamentarsi del fatto che le persone non leggono più i giornali e si informano da “ammiocuggino” sui social?