La Charanzová spiega i retroscena della direttiva "disarmista"

15 febbraio 2017
La Charanzová spiega i retroscena della direttiva "disarmista"
Un membro di Firearms united ha intervistato Dita Charanzová, relatrice del gruppo parlamentare Alde in seno al Parlamento europeo, sulla direttiva europea "disarmista". Interessanti retroscena... 

Dita Charanzová, relatrice del dossier per il gruppo ALDE (Alleanza dei liberali e democratici per l’Europa), intervistata da Firearms united, ripercorre la genesi del provvedimento votato pochi giorni fa dal comitato Imco e che sarà votato il mese prossimo al Parlamento europeo.
 
Come ha vissuto l'Iter nel suo ruolo di relatrice?
Devo dire che in tutto il tempo che ho passato a Bruxelles – prima come membro della Rappresentanza Permanente della Repubblica Ceca presso l'UE, poi come europarlamentare – non ho mai avuto a che fare con un dossier che sia stato così pesantemente politicizzato, in particolar modo verso la fine dell'Iter. Ho trovato tutto ciò estremamente frustrante. La Commissione ha fatto enormi pressioni sull'Europarlamento affinché venisse adottato un testo che contenesse il maggior numero possibile di restrizioni.
Per esempio: uno dei punti fermi del processo legislativo in Europa è la preparazione e la presentazione del cosiddetto 'Impact Assessment': una valutazione dell'attuale situazione e una stima, curata da esperti, dell'impatto dei cambiamenti legislativi proposti in termini di rapporto costo-benefici. La Commissione non ne ha mai presentato uno, in questo caso, limitandosi a fare riferimento ad alcuni studi che però si limitano ad analizzare una piccola parte dei problemi a cui questa proposta si riferisce. Lo 'Impact Assessment' gioca un ruolo fondamentale nell'Iter legislativo dell'Europarlamento. Ecco perché ne ho fatto più volte richiesta alla Commissione, anche nel corso di numerose sedute pubbliche del comitato IMCO.
 
I rapporti col pubblico sono stati problematici in questo Iter. Prima di presentare la proposta di modifica della direttiva, la Commissione ha aperto due consultazioni col pubblico – ma non sembra essersi curata delle oltre 28.000 risposte. Perché tali consultazioni sono state aperte, allora?
È una buona domanda – da fare alla Commissione. L'ho fatta spesso nel corso di numerose sedute pubbliche, ma non ho mai ricevuto risposta.
 
Qual è la funzione della Commissione Europea in seno al processo legislativo Ue?
Alla Commissione è in capo l'iniziativa legislativa. Ciò significa che può presentare proposte legislative, ma non può approvare nessun procedimento da sola. In pratica, la Commissione Europea prepara le proposte di legge assieme a materiale tecnico redatto da esperti in supporto alla stessa – quali appunto lo 'Impact Assessment' – e presenta il tutto al Consiglio dell'Unione Europea e al Parlamento Europeo.
Questi ultimi hanno il diritto di decidere sull'approvazione o sul respingimento delle proposte della Commissione. Nel corso dei procedimenti, la Commissione Europea può fornire informazioni tecniche e pareri di esperti su richiesta dell'Europarlamento o del Consiglio. Se lo ritiene appropriato, la Commissione può anche ritirare le sue proposte.
Nel caso della proposta di modifica della direttiva europea sulle armi, tuttavia, è stato tutto il contrario – letteralmente.
Abbiamo chiesto ripetutamente alla Commissione Europea di produrre un 'Impact Assessment' che indicasse quante armi da fuoco e quante persone sarebbero state interessate dalle proposte restrittive, e quanti crimini e atti terroristici siano stati commessi con le tipologie di arma da fuoco interessate dalle restrizioni proposte. Non abbiamo mai avuto risposta. Quando abbiamo insistito, anziché presentare un 'Impact Assessment', la Commissione Europea ha trasposto le nostre domande in forma di questionario, poi sottoposto agli Stati membri, e ci ha fornito le loro risposte. In base ai risultati del questionario, il numero di persone che sarebbero state negativamente colpite dalle proposte restrittive ammontava almeno a diverse centinaia di migliaia.
Non si è trattato di una procedura standard, sotto nessun punto di vista. I rappresentanti della Commissione hanno cambiato le carte in tavola all'ultimo minuto in fase di negoziato, più volte, e senza avere alcuna giustificazione.
I rappresentanti della Commissione in fase di negoziato non erano preparati sulla materia: in un caso, hanno addirittura cercato di rispondere ad una mia obiezione citando una definizione presa pari pari da Wikipedia. Fortunatamente non sono stata l'unica a stancarsi presto di questo comportamento, e la specifica richiesta in questione è stata poi respinta.
 
Secondo lei, perché la Commissione sta insistendo? Qual è il motivo politico?
Non intendo dar spazio a teorie cospirazioniste, ma uno dei motivi per cui la Commissione sta insistendo così tanto è che, al momento, questo Dossier rappresenta l'unica proposta di normativa che – almeno ufficialmente – si propone di affrontare problema del peggioramento della sicurezza pubblica in Europa. Che poi essa possa essere veramente efficace o meno, alla Commissione importa solo il fatto che non hanno altre carte da giocare.
Non è inoltre un segreto che dietro le pressioni della Commissione ci sia la Francia, che ha un bisogno disperato di presentare qualcosa, qualsiasi cosa, ai suoi cittadini prima delle elezioni presidenziali del prossimo mese di aprile.
Purtroppo, alla fine, anche la relatrice principale del Dossier (Vicky Ford, n.d.t.) e i relatori di alcuni altri gruppi parlamentari sono stati costretti a cedere alla pressione della Commissione Europea. Ma io non ho voluto cedere, perché prima di tutto io rappresento in Europa i cittadini cechi e i loro legittimi interessi.
 
I possessori d'armi della Repubblica Ceca hanno reagito in maniera furiosa alla proposta della Commissione – così come gli appassionati d'armi di molti altri Paesi europei, compresi alcuni che non fanno parte dell'Unione, come la Svizzera. Tali reazioni non hanno solo preso di mira il dossier, ma l'intera Unione Europea.
Sì. Una parte dell'Europarlamento conosce i rischi: gli europarlamentari del gruppo ALDE stanno facendo notare che la Commissione Europea, con questo Dossier, sta trasformando tantissimi cittadini onesti in nemici dell'Unione senza motivo.
Ma ci sono anche molti europarlamentari che sostengono la proposta uscita dall'IMCO, perché la Commissione ha emesso una dichiarazione secondo cui se gli europarlamentari si rifiuteranno di approvare il documento, saranno accusati di rifiutarsi di proteggere i cittadini europei dalla minaccia del terrorismo.
In questo modo rischiamo di buttare via il bambino con l'acqua sporca. Abbiamo bisogno di una proposta legislativa che migliori la sicurezza comune – e in tal caso sarei la prima a votare a favore.
La direttiva europea sulle armi potrebbe migliorare la sicurezza comune senza limitare le libertà civili dei cittadini dell'Unione – ad esempio facendo sì che le armi da fuoco vengano disattivate irreversibilmente in tutti i Paesi membri.
Ma la strada intrapresa dalla Commissione è quella sbagliata. Affinché la direttiva europea sulle armi sia funzionale ed efficace, dovrebbe essere redatta seguendo lo stesso Iter che ha portato alla nascita delle attuali leggi sulle armi in vigore nella Repubblica Ceca: basare le proposte sui fatti, ragionarci a lungo, e non prevedere più restrizioni ai diritti dei cittadini di quanto non siano assolutamente necessarie per la sicurezza di tutti. È per questo che ho fatto pressione nel corso dell'intero processo legislativo.
 
Quali sono i prossimi passi?
La prossima fase del procedimento legislativo è il voto al Plenum dell'Europarlamento, nel mese di marzo; in tal sede tenterò di proporre emendamenti che raddrizzino alcune delle storture che permangono nel testo uscito dall'IMCO.
Dico che “tenterò” perché le regole del Plenum dell'Europarlamento non consentono ai singoli europarlamentari di proporre emendamenti: solo un intero gruppo politico, o un gruppo di almeno 40 europarlamentari, ha tale facoltà. Quindi cercherò di ottenere il sostegno di un numero congruo di colleghi.
Non posso fare speculazioni su quelli che saranno i risultati, perché ci sono tantissimi fattori che possono entrare in gioco per influenzarli – e sicuramente accadrà. Ma il processo legislativo non è ancora concluso, quindi bisogna continuare a combattere.
Nel caso il voto al Plenum del Parlamento Europeo non fosse in nostro favore, il passo successivo potrebbe essere il ricorso alla Corte Europea di Giustizia – e io sarei certamente a favore di tale ricorso.
 

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