Chiamate la polizia… se ci riuscite

7 August 2018
di Ruggero Pettinelli
Chiamate la polizia… se ci riuscite
Dovete chiamare la polizia, non “farvi giustizia da voi”, dicono. Ma dialogare con gli operatori al telefono nel bel mezzo di una aggressione non è così facile! Emblematico il caso di Torino pochi giorni fa

Sta facendo discutere, e non poco, la recente disavventura vissuta da due cittadine torinesi che nel centro della “movida” del capoluogo piemontese, qualche notte fa, sono state avvicinate da un uomo che si è denudato davanti a loro e ha cercato di aggredirle. Le polemiche si sono scatenate a causa del fatto che le due cittadine, giustamente spaventate, hanno chiamato il numero unico per le emergenze (112) urlando di essere state aggredite e chiedendo con urgenza l’invio di una volante, ma dopo aver trascorso circa un minuto in linea con l’operatore, rispondendo alle sue domande per circostanziare opportunamente quanto stava accadendo, non è rimasto loro altro da fare che interrompere la chiamata per darsi, molto semplicemente, alla fuga. Al di là della specificità del singolo evento, secondo quanto riferisce il quotidiano La Stampa di Torino, le segnalazioni relative ai disservizi legati al numero unico per le emergenze non sono poche: analizzando il rapporto sulle richieste di intervento ricevute dal 1° gennaio 2018 ai primi di luglio, su un totale di circa 6 milioni di chiamate si riferisce che nel 53,63 per cento dei casi, di fatto, la richiesta di intervento non sia stata effettivamente girata ai soccorsi. Per Danilo Bono, vicedirettore della Sanità piemontese e creatore del 112 regionale, esiste tuttavia una spiegazione logica, riportata dal Corriere della sera: «Abbiamo riascoltato la telefonata e la richiesta d’aiuto era piuttosto lacunosa. Giusto, quindi, fare alcune domande in più, ma l’utente non è stata collaborativa. Alle centrali del 112 piemontesi arrivano 2 milioni di telefonate all’anno e il 50% si rivelano inappropriate. Possiamo migliorare e forse avremmo anche potuto passare subito la comunicazione alle forze dell’ordine, ma le informazioni vengono richieste per offrire un servizio più adeguato».

La verità sta nel mezzo?

Come spesso accade, a nostro avviso, la realtà delle cose sta nel mezzo: anche cercando di elevare al massimo grado possibile la professionalità degli operatori addetti al numero unico per le emergenze, sta di fatto che si tratta di esseri umani e non di indovini, né di profeti. Quindi, la loro capacità e possibilità di indirizzare sul luogo dell’emergenza l’intervento più appropriato (ambulanza, forze dell’ordine, vigili del fuoco) potrà essere tanto più tempestiva ed efficace quanto più precise siano le indicazioni fornite dai cittadini sul territorio. D’altro canto, è anche difficile che soggetti coinvolti nel bel mezzo di una aggressione possano avere la freddezza e la lucidità necessarie per fornire adeguati riscontri al personale al telefono (e in tal senso appare alquanto surreale che li si possa, o debba, definire "collaborativi"). Insomma, un vero e proprio serpente che si morde la coda. Il quale fornisce, questo sì, una ulteriore risposta a quei politici, commentatori e “anime belle” che ritengono sia tutto facile: spesso e volentieri, quando ci si trova nei guai, non è facile chiamare le forze dell’ordine ed è ancor meno facile riuscire materialmente a farle arrivare sul posto. Ecco perché il legislatore aveva previsto l’istituto della legittima difesa. Ed ecco perché questo istituto deve essere mantenuto aggiornato con i tempi.

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