Negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale, l’arma più diffusa tra gli eserciti europei era senza dubbio il Garand. La potenza industriale statunitense aveva consentito di produrne alcuni milioni di esemplari in pochi anni che, dopo la conclusione delle ostilità, risultavano grandemente eccessivi per le necessità di un esercito in condizioni “di pace”. Si trattava, tra l’altro, di un eccellente fucile semiautomatico, uno dei pochi veramente funzionali realizzati prima della fine del secondo conflitto mondiale, logico quindi volerlo considerare quale “arma base” della nascente Alleanza atlantica. La lezione data al mondo dai tedeschi con il fucile d’assalto camerato per la cosiddetta “cartuccia intermedia” non poteva, però, essere dimenticata, quindi un po’ dappertutto si moltiplicarono gli sforzi tesi a trovare una nuova cartuccia standard per l’esercito, di ingombro e peso inferiore rispetto alle cartucce per fucile delle guerre passate. Gli statunitensi un po’ storpiarono questo concetto, perché alla ricerca di un contenimento, è vero, di pesi e ingombri, ma senza rinunciare alla potenza della cara, vecchia, .30- 06. Il resto, come si dice, è storia: messa a punto la cartuccia, che sarà battezzata 7,62 Nato, è stato un attimo vederla imposta come standard del Patto atlantico, grazie all’indubbio peso politico e strategico degli Usa e malgrado altri eccellenti progetti (in primis la .280/30 inglese). Lo scopo di questa cartuccia era chiaro: consentire la progettazione, e costruzione, di un fucile per la fanteria con caricatore amovibile ad alta capacità (20 colpi almeno) e possibilità di tiro a raffica, relativamente leggero e controllabile. Assunto come punto fermo la cartuccia, ogni Paese aveva più o meno la possibilità di “inventarsi” il fucile che voleva. L’Italia, seppur in pieno boom economico, restava un Paese relativamente povero, soprattutto per quanto riguardava i bilanci della difesa. L’esercito era armato con un guazzabuglio di armi di provenienza “ex”: ex regio esercito (fucili e moschetti 1891), ex royal army (Enfield), ex yankee (carabine Winchester M1 e, ovviamente, Garand). Il fucile tecnicamente più moderno era proprio il Garand, adottato nel 1951 e ricevuto in decine di migliaia di esemplari dagli Usa. Dalla metà degli anni Cinquanta, anche le nostrane Breda e Beretta si attrezzarono per fabbricarlo ed erano proprio nel pieno della produzione quando si pose il problema del “dopo”. La soluzione era a portata di mano e i progettisti Beretta, capitanati da Domenico Salza e Vittorio Valle, ebbero l’intuito e la fantasia per coglierla: aggiornare l’eccellente progetto del Garand per trasformarlo in un fucile automatico leggero di moderna concezione, mantenendo la più elevata compatibilità possibile delle parti. Il brillante risultato è stato battezzato Bm 59 e adottato a partire dal 1960 dall’esercito italiano. Il Fal Bm 59 è risultato perfettamente adeguato alle aspettative: rustico, affidabile, relativamente leggero, soprattutto economico, perché ricavabile dal Garand con poche, semplici operazioni. Tutto parte dalla culatta, fresata nella parte inferiore facendo piazza pulita delle guide per l’elevatore e ricavando lo spazio per il caricatore amovibile. Nella parte anteriore, proprio sotto la camera di scoppio, i fori destinati al passaggio del perno fulcro dell’elevatore sono stati allargati per consentire il fissaggio di uno zoccolo prismatico, che svolge tre funzioni fondamentali: guida di alimentazione per le cartucce (il 7,62 Nato è ben più corto del .30-06, non dimentichiamolo), supporto per il ritegno anteriore del serbatoio e supporto per l’asta guidamolla. Quest’ultima è molto diversa da quella del Garand, in quanto è un tubetto cavo che contrasta con l’estremità posteriore della molla di recupero, nel quale si inserisce un altro corto guidamolla appoggiato all’estremità anteriore della molla medesima. Quando la molla va in compressione, i due elementi si inseriscono l’uno nell’altro, garantendo la massima assialità a tutto il movimento. La molla di recupero è sempre contenuta all’interno dell’asta di armamento, pari pari quella del Garand, solo leggermente accorciata. L’asta di armamento è parte contenuta all’interno della calciatura e parte all’interno del cilindro di presa gas, ma per circa due centimetri scorre “all’aperto”. Questo è, a nostro avviso, l’unico difetto progettuale del Bm 59, che lascia un elemento critico alla portata di sabbia, fango e altra sporcizia. Vero è che anche il pistone del Garand è lasciato “a vista” nella parte inferiore del copricanna anteriore, ma almeno su tre lati è coperto. Anche la canna è più corta rispetto a quella del Garand: pur potendo essere in teoria ricavata da una originale si è preferito realizzarla ex novo, anche probabilmente per essere sicuri di avere un parco armi con una certa omogeneità in fatto di precisione. L’asta di armamento è collegata all’aletta destra dell’otturatore e, arretrando per effetto della spinta dei gas spillati dalla canna allo sparo, grazie a un gioco di piani inclinati costringe prima l’otturatore a ruotare in senso antiorario, disimpegnando le alette dai recessi nella culatta, poi lo trascina all’indietro, realizzando estrazione ed espulsione. La distensione della molla di recupero riporta il complesso in avanti, una cartuccia viene prelevata dal caricatore e inserita in canna, ripristinando il bloccaggio nell’ultimo tratto di corsa. Per garantire lunga vita al sistema, la porzione di canna in corrispondenza del foro di presa gas è cromata esternamente, mentre il cilindro del gas è realizzato in acciaio inossidabile (come già era quello del Garand, con grande anticipo sui tempi). La differenza più significativa è che il gruppo presa gas incorpora una valvola, comandata da un complesso fodero in lamiera stampata appoggiato sopra alla canna, capace sollevandosi di chiudere il foro di presa gas e trasformare, così, l’arma da semiautomatica (o automatica) a ripetizione ordinaria. Lo scopo è quello di evitare danni al sistema di recupero gas e di sfruttare tutta la carica di lancio della cartuccia (speciale, senza palla e con il colletto chiuso a rosetta) per la propulsione di granate anticarro. A tale scopo, sull’ultimo tratto di canna è avvitato un lungo e aggressivo tromboncino per l’innesto del codolo della bomba, che funge anche da freno di bocca e compensatore. Ultimo ma non meno interessante, sul compensatore è fissato anche l’attacco per la baionetta. Sui primi prototipi di Bm 59 e sui modelli concepiti per l’esportazione si era pensato di applicare la baionetta M1 del Garand, sul modello definitivo adottato in Italia si è preferito applicare la baionetta della carabina Winchester M1, modificata nell’anello sulla crociera. Il fodero in lamiera stampata della valvola di esclusione del gas supporta anche una piastrina sfilabile con i riferimenti da 50 a 100 metri per il tiro a puntamento diretto per le granate anticarro Energa. Con l’adozione, negli anni Sessanta, della bomba Super Energa, fu realizzata una piastrina differente (in dotazione a ciascun ordigno), ma dalla fabbrica il fucile continuò a uscire con la piastrina “tarata” per la Energa. Per il tiro indiretto (per colpire con granate antiuomo i bersagli defilati, per esempio), sul lato sinistro della valvola è presente un bocchettone, sul quale si innesta a baionetta una speciale linea di mira graduata. Il caricatore è bifilare, a presentazione alternata, della capacità di 20 colpi, trattenuto da un dente anteriore e una leva a bilanciere posteriore, incernierata al pacchetto di scatto. Esaurito l’ultimo colpo, l’elevatore aziona la leva dell’hold open sul lato sinistro dell’azione, che nell’originale Garand serviva per trattenere la piastrina di otto colpi. La leva può essere azionata verso l’interno, per sbloccare l’otturatore dopo il cambio caricatore, o verso l’esterno, per bloccare manualmente in apertura l’otturatore, se si necessita di ispezionare la canna o per introdurre la cartuccia manualmente in assenza del caricatore. Il bipiede è in alluminio, incernierato al cilindro di presa gas e pieghevole lungo i lati del calcio. Due piccoli scassi nel legno impediscono movimenti indesiderati quando le gambe sono ripiegate. Bisogna riconoscere che non è il massimo della stabilità, ma è comunque un ausilio valido, soprattutto nel tiro a raffica da terra. L’aspetto più interessante è come si sia riusciti a far sparare a raffica un Garand: la soluzione è davvero semplice, efficace e resistente, anche se bisogna riconoscere che non è proprio tutta “farina del sacco” dei progettisti Beretta.
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